"L'Enciclica mai scritta" di Giovanni Paolo II: il mondo in una stanza | Lamezia ClickLamezia Click

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“L’Enciclica mai scritta” di Giovanni Paolo II: il mondo in una stanza

giovanni_paolo_anniversarioCome aggiungere qualcosa che non sia stato ancora detto e ridetto su Giovanni Paolo II? Come dirlo meglio? L’ambizione è di tessere la trama in trasparenza di un ordito che lega il significato dei suoi gesti, delle sue parole, dei suoi sogni per l’umana gente. Segni e parole che tracciano direzioni con la stessa autorevolezza di un documento ufficiale, un’Enciclica per esempio. E allora in quei gesti, in quelle parole crediamo si possa rintracciare “l’Enciclica mai scritta” di Papa Wojtyla.Gesti e parole che hanno avuto lungo tutto il suo pontificato e continuano ad avere, l’immediatezza della quotidianità, il sapore della familiarità. E per questo capace di parlare con più efficacia e di giungere a tutti. Così, negli scenari tratteggiati della storia, come in ciclo di affreschi, si trova papa Wojtyla insieme con la gente, quella di tutti i giorni; ma anche insieme con i leader della storia e dei governi, coloro che “sembrano” scrivere la “storia di armi e di eroi” poiché quella “minore” a cui il Papa ha sempre dato preferenza, è scritta da persone non certo ordinarie, ma di certo quotidiane che sono troppo spesso le sole a leggerla. In questi affreschi si trovano, bambini, abbracciati; le mani, strette; i malati ed i poveri incontrati e benedetti; i giovani, a milioni, fissati in immagini colorate e vivaci. Dentro il suo tempo, karol Wojtyla è un uomo che abbraccia tutte le passioni del Novecento: il teatro, la poesia, le sue tensioni espressive, la ricerca di linguaggi innovativi in cui raccontare il presente; il Novecento con le sue contraddizioni ideologiche che dimostrava di saper dissolvere ( un simbolo su tutti, il muro di Berlino) affrontandole in modo diretto ed inconsueto. Fermo nel dissentire sui principi che distorcono il valore della vita, al centro di tutto, per Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, c’è l’umanità. Tutta. Perché tutto appartiene a Gesù Cristo al cui sguardo senza sosta ha invitato gli uomini. Di ogni luogo; credo; di ogni ideologia politica. Tutte nel suo cuore, creature di Dio. L’Enciclica dei gesti racconta in definitiva questo viaggio verso l’uomo; verso un’umanità di cui ha percorso tutte le vie, dai sentieri di montagna alle autostrade informatiche e che incontra lì dove questa umanità, si trova, mettendo le sue mani e i suoi occhi nelle mani, negli sguardi, negli abiti, negli abbracci, nei sorrisi ma anche nella loro malattie, nella povertà, nella sconfitta, nelle speranze. Di karol Wojtyla ne conserviamo la consapevolezza di essere stati destinatari di un “dono speciale” di Dio, che ha voluto concedere, soprattutto alla nostra generazione, il singolare privilegio di poter stare vicino a Karol, uomo e Papa di una grandezza umana e soprannaturale davvero straordinaria. Siamo cresciuti con lui.

La scelta del Papa per i giovani è sempre stata al centro del pontificato così come la sua attenzione alla cultura e le innovazioni nel campo tecnologico e scientifico. Negli innumerevoli viaggi e udienze per il mondo ha voluto spesso incontrare studenti e docenti universitari per ribadire l’importanza della cultura come mezzo per l’evangelizzare e la crescita dei popoli. Essendo stato prima studente poi docente dell’Università Cattolica di Lublino, conosce bene le difficoltà dell’università di fare cultura e della conoscenza come strumento di libertà. Ribadisce sempre che gli atenei sono “comunità di persone” che devono avere l’obiettivo formativo: “scienza e coscienza, perché lo scopo è formare l’uomo e il servizio al paese”. Visita per questo, tutte le università più antiche del mondo e agli studenti a cui si rivolge sempre con tono colloquiale, familiare e spontaneo, ricorda che il vero esame da affrontare è quello dinanzi alla Croce, Cattedra della Verità, e scherzando ricorda: “Tutti dobbiamo essere alunni, in corso o fuori corso, di questa Cattedra.”

Questo dialogo privilegiato e speciale inizia nella prima udienza dedicata ai giovani. Subito dopo la sua elezione, nel Novembre del 1978, Wojtyla in Vaticano, parla a diecimila giovani: “Il Papa vuole bene a tutti, ad ogni uomo e a tutti gli uomini, ma ha una preferenza per i più giovani, perché essi avevano un posto preferenziale nel cuore di Cristo”. Il Papa non propone una scelta facile e priva di ostacoli ma offre risposte concrete al loro dubbi esistenziali: indica loro il Vangelo come libro guida per crescere nella fede e non si esime dal trattare argomenti “scomodi” e delicati. La prostituzione, la pornografia, il sesso e ne parla con sincerità e semplicità nello stesso linguaggio dei giovani. Nel 1984 Wojtyla incontra in San Pietro, ben 70 mila giovani ed in quel momento che decide di dedicare delle giornate speciali ai giovani di tutto il mondo e nel 1985 istituisce la Giornata mondiale della gioventù, da celebrare ogni anno la domenica delle Palme ed ogni due anni in raduni internazionali in luoghi diversi in giro per il mondo. Nel libro di Vittorio Messori, “Varcare le soglie della Speranza”, il Papa ha spiegato che “nessuno ha creato le Giornate mondiali dei giovani, ma furono proprio loro a crearle”.

Buenos Aries nell’87; in Spagna a Santiago de Compostela nell’89; a Czestochowa in Polonia nel 91; Denver, Stati Uniti nel 93; a Manila nel 95; a Parigi nel 97; in Italia per il Giubileo del 2000; a Toronto in Canada, nell’ultima sua partecipazione, nel 2002. Ogni volta sono milioni i giovani che accorrono, ogni volta il Papa parla loro con entusiasmo e coraggio nonostante la malattia. Come per esempio in Canada: “Ho ascoltato le vostre voci festose, le vostre grida, i vostri canti ed ho percepito l’attesa che pulsa nei vostri cuori: voi volete essere felici! …Voi siete giovani, e il Papa è vecchio, avere 82 o 83 anni di vita non è come averne 22 o 23. Ma il Papa ancora si identifica con le vostre attese e le vostre speranze”. E forse proprio questa capacità di Giovanni Paolo II di mettersi in ascolto dei giovani e delle loro esigenze ad infiammare l’animo di milioni di ragazzi che attendono di incontrarlo.

La Croce di legno simbolo dell’amore di Cristo, che Papa Wojtyla aveva affidato per la prima volta ai giovani nel 1984, ha attraversato i continenti e nel 2000 torna a Roma in occasione del Giubileo. Qui in tre milioni ci siamo ritrovati per varcare la Porta Santa; siamo arrivati da tutto il mondo con lo zaino in spalla, ognuno con la propria storia di vita, con la voglia di condividere un’esperienza di crescita interiore e di confronto con l’altro; voglia di pregare e avere risposte concrete ai propri interrogativi. In quei giorni mano nella mano con Papa Giovanni Paolo II, 5 giovani a rappresentare i 5 continenti hanno attraversato “la porta del terzo millennio” a Tor Vergata e poi abbiamo cantato, ballato, pregato e dialogato con il vecchio Papa, mai domo, che come a conclusione di un’era ripete le parole del suo inizio di pontificato: “Non abbiate paura! Aprite spalancate le porte a Cristo!”. “Abbiamo venti anni come Lei, Santo Padre!” si grida da sotto al palco. La stanchezza ed il caldo non abbattono nessuno, ogni tanto gli idranti danno refrigerio, si canta l’inno della Giornata mondiale della Gioventù, “Emmanuel”; si prega.

Lo scenario della veglia a Tor Vergata del 19 agosto, lascia senza fiato: siamo in milioni, dopo canti e danze ci si raccoglie in meditazione, nei sacchi a pelo stretti gli uni agli altri ci si dispone ad ascoltare le parole del Papa. La notte è illuminata da milioni di luci, quelle consegnate a tutti e accese durante la celebrazione e dalla voce del Papa carica, intensa di emozione, che anche in quella notte non si tira indietro ed affronta argomenti tutt’altro che banali. Parla degli ostacoli che i giovani possono incontrare nella vita quotidiana, della difficoltà dei rapporti di coppia, di amicizia, e confessa le sue angosce: “Nel Duemila è difficile credere? Sì! E’ difficile. Non è il caso di nasconderlo”. Come sempre ribadisce la sua fiducia in tutti noi ed esorta a non scoraggiarci, ad essere “sentinelle del mattino nell’alba del terzo millennio”, a combattere personalmente per la pace e la giustizia, per un mondo migliore. Dopo momenti di silenzio e riflessione, riesplode l’allegria, il Papa alza le braccia stanche in aria , batte la mano sulla sedia durante i canti , ride, ringrazia tutti per “il chiasso che Roma ha sentito, per il dialogo scandito da grida ed applausi che grazie alla vostra intelligenza non è stato un monologo, ma un vero dialogo”. E conclude recitando un proverbio polacco: “Se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane. Così ritorno ringiovanito!”. Appare come trasfigurato, gli occhi del Papa sono un roveto ardente.

Negli ultimi giorni del marzo 2005 quegli stessi giovani giungono da tutto il mondo per pregare per lui. Sono gli ultimi momenti della vita di un uomo e di un pontefice che ha segnato la Storia. In piazza San Pietro, sotto la sua finestra, i “suoi” giovani pregano e cantano, anche in quei tristi momenti del distacco. Sono i giovani e l’umanità tutta, per il quale il Papa aveva percorso 3 volte la distanza dalla Terra alla Luna, cioè 29 volte il giro del mondo, “entrando” nelle loro case.

Alle 21,37 del 2 Aprile del 2005, Karol Josef Wojtyla consegnava alla Storia ” l’Enciclica mai scritta” fatta di gesti e parole, abbracci e sorrisi, sofferenze e lacrime; tante. E tutto il mondo è in quella stanza.

Luisa Loredana Vercillo

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