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“Ha vinto la Tv”: 60 anni di rapporto politica – Tv visti da Giandomenico Crapis

imageLAMEZIA TERME (CZ) – La democrazia dei partiti diventata “democrazia del pubblico”, obbediente alle logiche dell’audience e del mercato. Rotta ogni barriera tra il divismo e la politica, il politico diventa “divo”, si presta al gossip, si sottopone a un’overdose di visibilità televisiva, di canale in canale, di talk show in talk show.Questo l’epilogo di 60 anni di rapporto tra politica e televisione raccontati nell’ultimo libro di Giandomenico Crapis “Ha vinto la Tv” presentato ieri sera alla Libreria Tavella in un’iniziativa organizzata dal Centro Riforme – Democrazia – Diritti presieduto da Costantino Fittante.
Un’analisi a tutto tondo, quella svolta da Crapis, che ancora una volta affronta il tema del rapporto tra Tv e politica non risparmiando nessun passaggio e nessun protagonista dei primi 60 anni di vita della televisione: dalla Tv “pedagogica” all’avvento della tv commerciale, dalla diffidenza dei comunisti verso “quella cosa da ricchi” all’avvento di Berlusconi, l’autore ricostruisce le dinamiche che hanno portato la “scatola” a vincere sulla politica, a dettarne le regole e le strategie comunicative.
Crapis parla di una “questione televisiva” che “diventa questione politica negli anni 70 quando si affermano le prime tv commerciali e, se da un lato i partiti di governo preferivano “non governare” il sistema televisivo in vista di un’utilità futura, il partito comunista si chiudeva a riccio nella difesa della tv pubblica confinando la tv privata in ambito locale”. In modo impietoso, Crapis marca il “peccato di omissione” della sinistra italiana nel non riuscire a trovare un modo per rapportarsi al mezzo televisivo, uno snobbismo prima intellettuale poi di strategia politica, che ha fatto da autostrada all’affermazione di Silvio Berlusconi, principale proprietario di Tv private e leader del maggiore partito del centrodestra, determinando quell’anomalia italiana del sistema televisivo che oggi ci colloca agli ultimi posti della classifica mondiale per la libertà di stampa.
Un’anomalia che non è frutto del caso e Giandomenico Crapis chiama in causa il centrosinistra che negli anni di governo, dal 1996 al 2001, non fece nulla per disciplinare il sistema televisivo italiano: Crapis si spinge a parlare di “patto di non belligeranza” tra l’Ulivo e Berlusconi – tra l’altro sancito pubblicamente dal famoso intervento di Luciano Violante alla Camera dei Deputati – che impedì a Prodi e ai suoi di risolvere il conflitto di interessi e di assegnare a Europa 7, vincitrice di un bando pubblico, di trasmettere utilizzando le frequenze occupate abusivamente da Rete 4.
Ma la vittoria della Tv sulla politica, nella visione di Crapis, è molto più articolata della “sola” affermazione del capo di Mediaset. La vittoria della Tv è “nella politica diventata teatrino, nella rappresentanza politica che dai comizi si trasferisce nei salotti televisivi, nella sovraesposizione di politici che assumono le stesse caratteristiche dei divi, nel direttismo televisivo inaugurato dalle continue apparizioni sullo schermo di Francesco Cossiga, elemento catalizzatore della telecrazia, della politica che si fa spettacolo”
Per Crapis, dunque, la Tv ha vinto, il duopolio non è stato intaccato dal digitale e dal peso crescente dei nuovi media, e anche chi come i “grillini” si dichiarava allergico al mezzo, deve la vittoria elettorale a un personaggio “televisivo” come Beppe Grillo e, non a caso, avanza tra le prime richieste la guida della commissione di vigilanza. Crapis vede la Tv in una sorta di “era dell’ingorgo”, riproducendo quanto accaduto per le metropoli, incapace ancora di ripensare una propria “missione”.
Hanno conversato con l’autore, il dirigente dell’Istituto Commerciale Francesco Scoppetta che, sulla stessa linea di Crapis, ha evidenziato l’incapacità del partito comunista di capire il mezzo televisivo, la presunzione “di chi voleva fermare un processo di modernizzazione che né la politica né i partiti possono fermare”. I 60 anni della Rai sono “60 anni di torcicollo” per la giornalista Anna Rosa Macri che ha sottolineato la subordinazione della dirigenza Rai al governo, fil rouge della storia della Tv pubblica dal 1954 ad oggi, in un rapporto in cui “la televisione e la politica si usano reciprocamente in una partita che ha rappresentato una sconfitta per il paese”.

Salvatore D’Elia

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