In ricordo di don Peppino Diana: "Non è più tempo di tacere, dobbiamo liberare il nostro futuro" | Lamezia ClickLamezia Click

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In ricordo di don Peppino Diana: “Non è più tempo di tacere, dobbiamo liberare il nostro futuro”

Don Peppe Diana

Don Peppe Diana

Terra di Lavoro, terra di campi, terra dei pomodori San Marzano quelli che d’estate mettiamo in tavola nelle calde serate in terrazza; pomodori che raccolgono solo i giovani di colore sfruttati dalla camorra, quelli che don Peppino chiamava “i miei ragazzi neri” e per i quali aprirà un piccolo centro di accoglienza. Ma anche terra di camorra. Casal di Principe paese in provincia di Caserta, agro-aversano. La mattina del 19 marzo del 1994 don Peppino era nella chiesa di San Nicola, in questa terra di sangue e lavoro, poco ed illegale, come in tante terre del nostro Sud.Sono passati venti anni, quel giorno era San Giuseppe, era il suo onomastico. Erano le sette del mattino. Non si era ancora vestito con gli abiti talari, stava in una saletta vicino allo studio. Entrarono in chiesa, senza far rimbombare i passi della morte nella navata, e non vedendo un uomo vestito da prete, ebbero un attimo di esitazione.

“Chi è Don Peppino?”

“Sono io…”

Gli puntarono la pistola semiautomatica in faccia. Cinque colpi: due lo colpirono al volto, gli altri bucarono la testa, il collo e la mano. Don Peppino Diana aveva 36 anni. Dopo la sua morte la camorra attraverso i giornali, tentò in ogni modo di infangarne la memoria. Dopo la sua morte arrivarono accuse inverosimili, qualcuno che divideva armi e poltrone con la camorra, non voleva un martire; si cercò di impedire la diffusione dei suoi scritti, l’intento era di non mostrarlo come vittima della camorra, ma come un soldato dei clan. Si disse che nascondeva le armi per la camorra in sacrestia. Si disse che era un prete a cui piacevano le donne. Si disse.

Anche questo accade nel nostro Sud. Se muori in terra di camorra, di mafia, di ‘ndrangheta, l’innocenza è un’ ipotesi lontana, l’ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. E la calunnia si sa è un venticello che può diventare tempesta. Seguirono processi, parole infamanti; caddero, dalla loro poltrona puzzolente, politici collusi che avevano fatto dello scudo crociato merce di scambio; fu necessaria la pronuncia della Corte di Cassazione: Don Diana fu ucciso dalla camorra perché era “un prete scomodo”. Perché della Croce di Cristo aveva fatto il suo scudo.

Don Giuseppe Diana era nato il 4 Luglio del 1958 proprio a Casal di Principe. Per tutti era Peppino o Peppe. Aveva studiato a Roma e lì doveva rimanere a fare carriera lontano dal paese, come docente di Filosofia all’Università Pontificia. Ma d’improvviso decide di tornare a Casal di Principe nella sua terra, tra la sua gente.

Nel marzo dell’82 viene ordinato sacerdote. A 31 anni, Don Peppino, diviene giovanissimo parroco della parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe. Lì dall’89 al 94 “tenne in scacco” la camorra. Lì trovò la morte. Jeans e sigaro, sciarpa della sua squadra del cuore, il Napoli, guidava gli scout e i “Foulards Bianchi” per l’Opera pellegrinaggi, chitarra in spalla.

Un pazzo Don Peppino: pieno di vita, ricco di fede. Con questo spirito di servizio intraprende la lotta alla camorra che infesta la sua zona. Inizia un forte impegno sociale: decine e decine di riunioni, assemblee nelle scuole, nelle fabbriche, nei comuni di tutta la zona aversana; momenti di mobilitazione molto intensi.

Don Peppino è sempre in prima fila; organizza, prende iniziative, si inventa delle marce. Clamoroso quando nel 1988 sfilarono circa 10 mila persone per le strade di Aversa. Una fiumana di studenti, lavoratori e semplici cittadini. Don Peppino era “il fiume” e quella iniziativa produsse decine di piccoli “rivoli” e man mano che il tempo passava, ognuno di questi rivoli si infoltiva e cercava di avvicinarsi agli altri per formare un fiume sempre più grande. Don Peppino Diana brillava come un faro ma non senza sofferenze come quelle legate all’uccisione di un suo collaboratore o intimidazioni e violenze ed immancabili segnali di morte.

LEGGI IL DOCUMENTO “PER AMORE DEL MIO POPOLO NON TACERO'”

E’ il 13 dicembre del 1990, nel “blitz di Santa Lucia” i carabinieri interrompono un summit di camorra nella casa di un assessore del Comune di Casale di Principe. C’è un conflitto a fuoco, viene arrestato uno dei capi clan, Francesco Schiavone, meglio conosciuto come Sandokan. Dalle auto che camminano lentamente per le strade, spuntano armi in quantità. Uomini a piedi e sui bordi delle automobili armati di tutto punto, arrivano fin sotto le case dei propri “avversari”. Questo corteo di morte gira indisturbato. Chiudono i negozi, i bar, si abbassano le saracinesche, le strade sono deserte. C’è il coprifuoco. Lo Stato continua a non esserci. Toccherà alla Chiesa, a quella parte di Chiesa, libera dal compromesso e dalla paura, ad aprire di nuovo le sue porte e denunciare con forza quello che stava accadendo.

Ci pensa ancora una volta Don Peppino. Fu così che nel Natale del 1991 i parroci della Foranìa di Casal di Principe diffondono un documento da loro sottoscritto dopo averlo spiegato dall’altare. Invitano il popolo a ribellarsi. Verrà dato fuori le chiese alla fine di tutte le messe. Sono i giovani dell’azione cattolica ad impegnarsi in prima persona. Il documento prende il titolo dal Profeta Isaia (v.43): “Per amore del mio popolo non tacerò”. Le parrocchie da quel momento diventeranno il punto di riferimento della ribellione alle bande criminali. Don Peppino Diana è l’autore di questo documento passato alla storia.

“Dove c’è mancanza di regole, di diritto, scriveva don Peppe, si affermano il non diritto e la sopraffazione….” E ancora: “Ai giovani lanciamo l’invito di farsi avanti, di far sentire la propria voce e partecipare al dialogo culturale, politico e civile della vita comunale. Invitiamo infine i camorristi a tenersi in disparte, a non inquinare e affossare ancora una volta questo nostro caro paese, che ormai ha bisogno solo di Resurrezione”.

Don Peppino organizza una sorta di imprenditoria morale, organizza i valori e soprattutto il coraggio dei volontari. Soltanto i grandi ideali possono maturare una controproposta alla malavita. E quando i grandi ideali si traducono in progetti di cultura della vita, di giustizia sociale, di promozione civile delle masse, allora si inizia a “dare fastidio” davvero. Per questo la camorra “tolse da mezzo” un prete scomodo.

Quella mattina del 19 marzo dovette cadergli il mondo addosso a tutti quelli che amavano Don Peppino. Ucciso. Come il Vescovo dei poveri, Romero. Come P. Pino Puglisi. Come i tanti preti di periferia che muoiono ogni giorno un po’ per la propria gente. Don Peppino Diana era sacerdote genuino. Era un uomo libero. Rimase libero come l’onnipotenza dell’amore. Così ha sparso il suo sangue, giovane ed impaziente come il Cristo, perché “non c’è redenzione senza spargimento di sangue”.

Il parroco di Casal di Principe mise tutta la sua vita e tutta la sua cultura a disposizione della sua gente. Regalava la sua verità, la verità di Cristo: l’amore per l’uomo per il bene dell’altro, la giustizia dell’altro, la salvezza dell’altro, la pace.

Chiedeva alla Chiesa vigore morale e centralità della legalità. Una Chiesa che dal pulpito chiamasse “peccato”, le intimidazioni, le tangenti, le raccomandazioni. Chiesa, dove anche aveva incontrato ostacoli: “come pastori siamo le sentinelle del gregge, e se non sempre in passato siamo stati abbastanza vigili, oggi non possiamo tacere contro i meccanismi perversi della camorra e dell’usura che schiacciano la nostra gente”.

Il giorno dei funerali di don Peppe, la gente piange di un pianto liberatorio, partecipa al dolore della famiglia e degli amici. Migliaia di persone arriveranno per seguire il corteo. Tutto il paese è pieno di lenzuoli bianchi esposti in segno di lutto e di protesta contro la violenza. Persino la mamma del capo clan Francesco Schiavone, esporrà il lenzuolo bianco. Il corteo è tutto un pianto. Anche Casal di Principe, di certo abituata alla violenza, non si capacita che possa essere stato assassinato un prete. Questo sarà un colpo duro per i clan. Anche perché la Chiesa aversana rivendica la morte di Don Peppino e lo fa suo martire. Papa Giovanni Paolo II nel suo Angelus tuona contro gli “spietati assassini” definendolo un martire della fede.

In attesa che la Chiesa si decida a proclamare il suo figlio, Don Giuseppe Diana, martire e sacerdote santo additandolo come esempio per tutti, voglio ricordarlo con le parole che pronunciò durante la celebrazione di un ennesimo funerale di morto per camorra:

“Dio, non voglio sapere se esisti, voglio sapere da che parte stai. Basta con le vittime innocenti. Siamo noi che dobbiamo dire a questa gente che non si può essere dei buoni cristiani e ammazzare dei poveri ragazzi. Noi esistiamo, noi siamo vivi. Non è più tempo di tacere: dobbiamo liberare il nostro futuro. Perché se la camorra perde, è tutta la gente onesta che vince…”

In ricordo di Don Giuseppe Diana, prete scout, ucciso dalla camorra per difendere la libertà del suo popolo, in ricordo di tutti i “martiri” sconosciuti e di tutti “i Don Peppino” siano essi consacrati o “persone di buona volontà” che per amore del loro popolo non hanno taciuto, né taceranno.

Luisa Loredana Vercillo

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