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Papa Francesco all’Udienza: “permesso?”, “grazie”, “scusa”, tre parole per vivere bene nella famiglia, per “entrare” nel suo amore

udienza13Da Piazza San Pietro prende il via in questa giornata particolare, del giorno della prima apparizione della Madonna a Fatima, la stagione dei pellegrinaggi dell’Unitalsi del Lazio, il prossimo dei quali è previsto per il 3 giugno 2015 proprio a Fatima.
Ed infatti questa mattina in Piazza all’Udienza Generale del Santo Padre sarà presente la statua della Madonna di Fatima, proprio grazie al contributo dell’Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali. La statua raffigurante la Madonna, è stata acquistata e benedetta proprio a Fatima grazie ad una colletta fatta dai ragazzi disabili assistiti dall’associazione che hanno portato la statua in Piazza proprio per volontà del Papa.
Tra i pellegrini presenti in piazza con Papa Francesco da segnalare la “Fondazione SORELLA NATURA” che con la partecipazione di studenti, docenti, dirigenti scolastici, personale ATA e familiari delle Scuole Italiane, statali e paritarie di ogni ordine e grado, ha preparato questo evento eccezionale dedicato all’impegno per la “Custodia del Creato”. Prima dell’Udienza Il Papa ha ricevuto gli Organizzatori e Sponsor del “Concerto per i Poveri” nell’ Auletta Paolo VI.

Dall’Apocalisse di San Giovanni 3,19-20 viene letto: “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.”

“Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
La catechesi di oggi è come la porta d’ingresso di una serie di riflessioni sulla vita della famiglia, la sua vita reale, con i suoi tempi e i suoi avvenimenti. Su questa porta d’ingresso sono scritte tre parole, che ho già utilizzato in Piazza diverse volte. E queste parole sono: “permesso?”, “grazie”, “scusa”. Infatti queste parole aprono la strada per vivere bene nella famiglia, per vivere in pace. Sono parole semplici, ma non così semplici da mettere in pratica! Racchiudono una grande forza: la forza di custodire la casa, anche attraverso mille difficoltà e prove; invece la loro mancanza, a poco a poco apre delle crepe che possono farla persino crollare.
Noi le intendiamo normalmente come le parole della “buona educazione”. Va bene. La buona educazione è molto importante. Un grande vescovo, San Francesco di Sales, soleva dire che “la buona educazione è già mezza santità”. Però, attenzione, nella storia abbiamo conosciuto anche un formalismo delle buone maniere che può diventare maschera che nasconde l’aridità dell’animo e il disinteresse per l’altro.
Si suole dire: “Dietro tante buone maniere si nascondono cattive abitudini”. Nemmeno la religione è al riparo da questo rischio, che fa scivolare l’osservanza formale nella mondanità spirituale. Il diavolo che tenta Gesù sfoggia buone maniere e cita le Sacre Scritture. Sembra un teologo. Il suo stile appare corretto, ma il suo intento è quello di sviare dalla verità dell’amore di Dio. Noi invece intendiamo la buona educazione nei suoi termini autentici, dove lo stile dei buoni rapporti è saldamente radicato nell’amore del bene e nel rispetto dell’altro. La famiglia vive di questa finezza del voler bene. Vediamo.

La prima parola è “permesso?”. Quando ci preoccupiamo di chiedere gentilmente anche quello che magari pensiamo di poter pretendere, noi poniamo un vero presidio per lo spirito della convivenza matrimoniale e famigliare. Entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. La confidenza, insomma, non autorizza a dare tutto per scontato. E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore. A questo proposito ricordiamo quella parola di Gesù nel libro dell’Apocalisse, che abbiamo sentito: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Anche il Signore chiede il permesso per entrare! Non dimentichiamolo.

La seconda parola è “grazie”. Certe volte viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. Le sentiamo dire tante volte anche pubblicamente. La gentilezza e la capacità di ringraziare vengono viste come un segno di debolezza, a volte suscitano addirittura diffidenza. Questa tendenza va contrastata nel grembo stesso della famiglia. Dobbiamo diventare intransigenti sull’educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe di qui. Se la vita famigliare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà. La gratitudine, poi, per un credente, è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Un anziano sacerdote diceva: “La gratitudine è una pianta che cresce soltanto nella terra di anime nobili”. Ricordiamo la domanda di Gesù, quando guarì dieci lebbrosi e solo uno di loro tornò a ringraziare. Un cristiano che non sa ringraziare ha dimenticato la lingua di Dio e questo è molto brutto.

La terza parola è “scusa”. Parola difficile, certo, eppure così necessaria. Quando manca, piccole crepe si allargano, anche senza volerlo, fino a diventare fossati profondi. Non per nulla nella preghiera insegnata da Gesù, il “Padre nostro”, che riassume tutte le domande essenziali per la nostra vita, troviamo questa espressione: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Riconoscere di aver mancato, ed essere desiderosi di restituire ciò che si è tolto, rispetto, sincerità, amore, rende degni del perdono. E così si ferma l’infezione. Se non siamo capaci di scusarci, vuol dire che neppure siamo capaci di perdonare. Nella casa dove non ci si chiede scusa incomincia a mancare l’aria, le acque diventano stagnanti. Tante ferite degli affetti, tante lacerazioni nelle famiglie incominciano con la perdita di questa parola preziosa: “Scusami”. Nella vita matrimoniale si litiga tante volte… anche “volano i piatti”, ma vi do un consiglio: mai finire la giornata senza fare la pace. Ripensate bene a questo: mai finire la giornata senza fare la pace. A braccio ha proseguito: “Sentite bene: avete litigato moglie e marito? Figli con i genitori? Avete litigato forte? Ma non sta bene. Ma non è il problema: il problema è che questo sentimento sia presente il giorno dopo. Per questo se avete litigato mai finire la giornata senza fare la pace in famiglia. E come devo fare la pace? Mettermi in ginocchio? No! Soltanto un piccolo gesto, una cosina così. E l’armonia familiare torna, eh! Basta una carezza! Senza parole. Ma mai finire la giornata in famiglia senza fare la pace. Capito questo? Non è facile, eh! Ma si deve fare. E con questo la vita sarà più bella”.

Queste tre parole-chiave della famiglia sono parole semplici, e forse in un primo momento ci fanno sorridere. Ma quando le dimentichiamo, non c’è più niente da ridere, vero? La nostra educazione, forse, le trascura troppo. Il Signore ci aiuti a rimetterle al giusto posto, nel nostro cuore, nella nostra casa, e anche nella nostra convivenza civile.
E adesso vi invito a ripetere tutti insieme: “permesso”, “grazie”, “scusa” sono le parole per entrare nell’ amore della famiglia. E ripetiamo anche tutti insieme: mai finire la giornata senza fare la pace! Grazie!”

Luisa Loredana Vercillo

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