Attentato a Manchester. La polizia: “E’ stato un kamikaze”. Bambini tra le vittime · LameziaClick

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Attentato a Manchester. La polizia: “E’ stato un kamikaze”. Bambini tra le vittime

martedì 23 maggio 2017 - 11:22
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MANCHESTER – E’ stato un kamikaze. Il capo della polizia di Manchester Ian Hopkins ha sciolto la riserva sulla dinamica dell’attentato che ha seminato orrore e morte tra i giovani che avevano appena assistito al concerto della popstar statunitense Ariana Grande. Mentre il pubblico di teenager lasciava la Manchester Arena, impianto da 21mila posti, l’uomo ha azionato il suo ordigno tra la folla: 22 le vittime, 59 i feriti.

Non è chiaro, ma con molta probabilità il bilancio comprende lo stesso attentatore, che Hopkins ha dato per “morto sulla scena”. “Ha agito da solo – ha spiegato il capo della polizia -. Riteniamo che fosse in possesso di un ordigno improvvisato, che ha detonato, causando questa atrocità. Resta da capire se avesse complici o fosse parte di una rete”. I resti dell’uomo sono stati individuati tra quelli delle sue giovani vittime. Anche giovanissime: si contano anche tre bambini.

Hopkins non ha diffuso l’identità del terrorista e non ha voluto nemmeno confermato se fosse un cittadino britannico. Piuttosto ha esortato la stampa a non “fare speculazioni sulla sua identità o fare circolare nomi. Questa è un’inchiesta complessa e ampia ancora in corso”, ha aggiunto, facendo capire che gli inquirenti non vogliono compromettere le indagini in corso diffondendo l’identità dell’attentatore. “La nostra priorità è di lavorare insieme all’antiterrorismo nazionale e alle agenzie di intelligence per stabilire più dettagli sull’individuo che ha condotto l’attacco”. Tutto, nelle modalità dell’attentato, sembra riportare all’ennesima strage perpetrata in nome dello Stato Islamico. Che al momento non ha ancora rivendicato, mentre i siti della propaganda jihadista esultano: “Le bombe dell’aviazione britannica sui bambini di Mosul e Racca sono tornate al mittente”.

Il ministro degli Esteri Angelino Alfano conferma quanto già affermato da fonti dell’ambasciata italiana a Londra: “Al momento non risultano italiani coinvolti”. Mentre a Londra la premier Theresa May presiede la riunione del Cobra, il comitato per le emergenze, in Italia il ministro dell’Interno Marco Minniti convoca per le 15 al Viminale una riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa). Presenti i vertici delle forze di polizia e dei servizi di intelligence, in contatto dalla scorsa notte con i colleghi britannici. Intanto sui pennoni di Palazzo Chigi una Union Jack sventola a mezz’asta accanto al tricolore e alla bandiera dell’Unione europea.

Al mattino, quando sono trascorse diverse ore dall’attentato, in molte famiglie resta l’incertezza e per la sorte dei loro cari. Come raccontano efficamente i social, dove le richieste di aiuto e informazioni incanalati su diversi hashtag esprimono la stessa angoscia. “Olivia campbell manca ancora all’appello” scrive @beingsunny8, con un appello rilanciato in diretta dalla Bbc. C’è anche chi, come @paul91801331, pubblica la foto del fratello, “disperso” pure lui nella notte della Manchester Arena. Infine c’è chi prova a mettere insieme nomi e circostanze, invitando gli internauti a condividere informazioni. Come @haley_stewartt, che sempre via twitter pubblica foto e aggiornamenti: sul volto di chi è stato ritrovato c’è scritto “found”: come dire “salvo”. Una conferma all’esistenza di dispersi – almeno otto secondo il quotidiano locale Evening News, di età compresa tra i 15 e i 29 anni – verrebbe anche dalle dichiarazioni di un medico dell’ospedale Manchester Royal riportate dall’Independent: alcuni dei genitori rimasti feriti nell’attentato si rifiutano di essere curati prima di conoscere il destino dei loro figli, di cui non hanno notizie dal momento dell’esplosione.

Su Twitter rimbalzano anche segnalazioni di messaggi che avrebbero anticipato quanto sarebbe accaduto a Manchester, la cui autenticità è tutta da verificare. In particolare quello a cui dà spazio nel suo profilo dall’editorialista americano Andre Walker. (Repubblica)

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