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Travolte e schiacciate dalla vergogna nell’epoca dei social

giovedì 15 settembre 2016

gogna_socialCi sono due storie raccontate da tutti i media.
La prima è la notizia relativa alla donna trentenne che si è tolta la vita dopo che un video hard di cui era protagonista si era trasformato in qualcosa di virale, rimbalzato da piattaforma digitale a piattaforma digitale, da telefonino a telefonino. La donna ha prodotto quel video e lo ha condiviso con qualcuno. Non avrebbe mai immaginato tutto quello che è successo di conseguenza e che l’ha fatta sentire travolta e schiacciata dal peso della vergogna e dalla umiliazione di cui si è trovata oggetto e soggetto allo stesso tempo. 

La seconda è la notizia relativa a una ragazza diciassettenne in vacanza in Riviera che, durante una serata in discoteca, si è ubriacata e in questo stato di alterazione mentale è stata “agganciata” da un altro frequentatore della discoteca che l’ha violentata. Altre ragazze che hanno assistito alla scena (alcune cronache dicono che si trattasse di amiche, ma io non riesco a credere che questo sia possibile) hanno ripreso il tutto con il loro smartphone e il giorno dopo hanno diffuso la scena attraverso WhatsApp. Sì, avete letto bene: non hanno portato il video alla Polizia Postale, ma l’hanno diffuso nei gruppi dei loro Social Network.

Si leggono tanti commenti oggi su questi due fatti.
Io vorrei invitare i genitori a parlarne con i figli, maschi e femmine. Molte volte i ragazzi parlando di sé, affermano che a loro una cosa del genere non potrebbe succedere mai. Si considerano onnipotenti e capaci di gestire tutto della propria vita. Ma l’uso pervasivo e irresponsabile delle tecnologie che fa da sfondo a questi due tragici episodi di cronaca ci dice che quando si fa qualcosa nell’online non si è più responsabili di nulla. Perché a quel punto l’immagine – diventata pubblica – si trasforma nell’oggetto della corresponsabilità di tutti. E poiché le protagoniste di questi eventi terribili hanno età molto differenti, dovremmo pensare che queste riflessioni è bene farle non solo con i nostri figli, ma anche tra noi adulti, genitori ed educatori in primo luogo.

Consiglio ai genitori dei ragazzi di farli riflettere sul fatto che la donna trentenne suicida è stata uccisa anche da tutti coloro che hanno guardato e commentato quel video. Ogni click, ogni commento ha contribuito a quel femminicidio online. Ogni singola interazione sui social relativa a quelle immagini ha reso quella donna un oggetto. L’ha trasformata da persona a fantoccio senza valore e dignità. Tutto ciò che vediamo, facciamo, commentiamo, pubblichiamo online ci rende corresponsabili. Invito anche i genitori delle ragazze a riflettere sul fatto che non solo ciò che fanno loro, ma anche ciò che fanno le loro amiche e le amiche delle amiche costruisce un “identità di genere” femminile collettiva, definisce ruoli di genere sociali e individuali. E anche di questo siamo tutti corresponsabili.

Che le ragazze parlino di un’altra ragazza definendola “troia”, che commentino i video di una donna nel peggiore dei modi, non fa altro che trasformare tutte le donne in quegli aggettivi e in quei commenti. Aiutare qualcuno online significa opporsi alla denigrazione e all’umiliazione che deriva da parole e commenti che uccidono. Significa dire a chi dà della “troia” a un’altra per quello che si vede nel video, che quel “troia” è il vero reato e non ciò che nel video si vede. Chiaro, poi, che sarebbe meglio che quei video e quelle immagini non venissero mai prodotti e tanto meno pubblicati online.

Troppi di noi usano i propri social in un modo che contribuisce a pensare che le cose fondamentali della vita (il rispetto degli altri, le pari opportunità, la sessualità, l’intimità e la privatezza) siano aspetti che nell’online possono essere trattati diversamente da ciò che facciamo, vogliamo e cerchiamo nella vita reale. Gli uomini che mandano immagini femminili volgari e pornografiche a un collega, solo per fare uno scherzo (milioni a quanto pare!) fanno un danno non solo alla loro identità di uomini e maschi, ma anche alla loro identità paterna. “Che cosa penserebbe mio figlio di me, se vedesse quello che sto scrivendo, pubblicando, diffondendo attraverso i miei social?”. Questa è la domanda che dovrebbe guidarci, come genitori ed educatori, nella nostra vita online. (Famiglia Cristiana)

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