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Chi era Gianroberto Casaleggio, l’uomo che parlava poco

martedì 12 aprile 2016

casaleggio«E tu cosa ne pensi del Movimento?». La risposta migliore la diede con una domanda. Alla fine dell’intervista, finalmente in piedi, appoggiò le mani robuste sulla sedia e, per la prima volta, si rilassò. «Lo segui, ti interessa?». Non era una di quelle domande di circostanza che si fanno prima di congedare l’ospite.

Dopo due ore insieme nel suo studio milanese di via Morone, Gianroberto Casaleggio aveva finalmente dismesso i panni che più odiava, quelli dell’intervistato. E aveva ripreso quelli che più gradiva: quelli del curioso. Era un uomo curioso, Casaleggio: bizzarro eppure ordinario, eccentrico e insieme discreto, trascinatore ma mai trascinante, innovativo ma complottista.

Un sosia di Branduardi (o di Telespalla Bob, come si divertivano a soprannominarlo alcuni attivisti), con la «r» moscia e la voce tremontiana, capace di spaziare dalla fisica quantistica al business della Ryanair, dalla fenomenologia di Calimero all’ultimo esperimento condotto al Mit.

Convinto di quello che diceva, procedeva nella conversazione a ritmo costante, mangiandosi un po’ le parole e non levandoti gli occhi di dosso per tutto il tempo, se non per abbassarli per guardarsi la mano che dava la cadenza al discorso. Nessuna concessione a battute, non ce n’era bisogno. Ascoltava la domanda (o l’obiezione), tirava un sospiro e, nel caso, rispondeva.

Su di lui è stato scritto di tutto. Massone, santone esoterico, legato all’esclusivissimo club Bilderberg e così via. Per capirlo veramente, bastava partire dai dati più semplici. Gianroberto Casaleggio era anzitutto un industriale. Un uomo d’affari che era passato negli anni di azienda in azienda e che era riuscito a farsi strada grazie alla competenza che aveva sulla Rete.

Classe 1955, origini milanesi, perito informatico. Si iscrisse a Fisica, ma si appassionò alla storia (era un lettore onnivoro di saggistica). A 21 anni diventò papà e lasciò gli studi universitari per mettere su famiglia. Non era il nerd che discuteva per ore con i compagni tra i bar dei campus universitari. E già da giovane si dimostrò un intraprendente uomo d’azienda.

A metà degli anni Ottanta iniziò a lavorare all’Olivetti di Roberto Colaninno. Poi passò alla Webegg, ispirata alla gestione umana olivettiana. Si infatuava delle persone e delle cose. Le prime, le assumeva. Le seconde, le acquisisiva. Nel 2004 fondò a Milano la Casaleggio Associati srl assieme ad altri quattro soci, quasi tutti suoi colleghi alla Webegg. Capitale iniziale: 10 mila euro.

Nel 2005 incontrò Grillo. Lo prese da parte e gli disse calmo: «Tu hai la credibilità, io la competenza. Insieme costruiremo un blog tra i primi 10 al mondo e un nuovo movimento politico». Il comico ricorderà anni dopo: «Tutto mi fu chiaro: “Era un pazzo”». Non lo era. Assieme iniziarono l’avventura politica più rivoluzionaria nel metodo degli ultimi 20 anni. Crearono i Meetup, diedero vita a una Rete di persone (a lui piaceva la R maiuscola) che credevano nella politica dal basso. Scesero in campo con le liste civiche, poi con il Movimento 5 Stelle.

Una volta all’apice, nel 2013, per Casaleggio iniziò la fase più dura. Vide crescere i gradimenti ma anche le critiche. Alcune ingiustificate, altre vere. Le prime furono a opera di giornali anche blasonati che si lasciarono andare a ricostruzioni fantasiose su chi ci fosse dietro la sua figura e dove volesse arrivare. Casaleggio leggeva accuse maligne e mai verificate sulla sua brama di soldi. Il Movimento, ipotizzarono molti senza mai uno straccio di prova, è solo una facciata per fare soldi.

Casaleggio, che il massimo del lusso lo vedeva in una Volvo rossa, un abito sgualcito e una campagna nel Piemonte, non è mai riuscito a farsene una ragione. La politica parlata non era per lui. Era presuntuoso, chiuso, incapace di un confronto degno per un uomo del suo ruolo. Forse lo sapeva anche lui. Ma aveva la superbia del timido, non dell’arrogante. Quella superbia che preferiva ignorare qualsiasi pensiero opposto, piuttosto che confutarlo. Il suo punto debole.

Nel 2014 peggiorarono la tenuta interna del Movimento e le sue condizioni di salute. Gli insuccessi a livello locale, l’incapacità amministrativa di molti, le insofferenze dei parlamentari per il suo stile di comando troppo brusco ne minarono la sicurezza e portarono a una guerra sotterranea condotta tra una parte del Movimento e lui.

Lui, che negli ultimi mesi girava con un cappellino per nascondere un’operazione alla testa. Che non riusciva più a muoversi con l’agilità di prima. Che nelle «udienze» con i parlamentari non era più combattivo come un tempo. E che nello studio preferiva riposare tra una riunione e l’altra. Le sue condizioni peggiorano alla fine di febbraio. Da un mese non andava più in ufficio.

A chi gli chiedeva come andasse, lui rispondeva che no, «non va bene, ma speriamo di migliorare». Niente interviste, per carità. Dopo la nostra conversazione, mi scrisse: «L’intervista mi sembra ben fatta e sostanzialmente fedele». Che, detto da lui, era sostanzialmente un complimento. A quello seguirono tante richieste di nuove chiacchierate da parte mia, e tanti rifiuti da parte sua: «La ringrazio, comunque, per l’interesse».

L’ultimo messaggio pubblico, giovedì 7 aprile, per smentire le ipotesi su un suo imminente passo indietro per motivi di salute. Citò una frase di Babe Ruth: «Non si può battere la persona che non molla mai». Lui, nel bene e nel male, non ha mai mollato e non ha mai rubato. Un’epigrafe che in tempi di politici latitanti è una medaglia al petto.

Lui ha vissuto onestamente, rischiato tutto e letto tanto. Ha soltanto parlato un po’ meno. Ecco cosa ne penso del Movimento e di Gianroberto Casaleggio.

(da Vanity Fair)

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