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Libia, Farnesina: forse uccisi due italiani dei quattro rapiti

giovedì 3 marzo 2016

uccisi_libiaROMA – “Relativamente alla diffusione di alcune immagini di vittime di sparatoria nella regione di Sabrata in Libia, apparentemente riconducibili a occidentali, la Farnesina informa che da tali immagini e tuttora in assenza della disponibilità dei corpi, potrebbe trattarsi di due dei quattro italiani dipendenti della società di costruzioni ‘Bonatti’, rapiti nel luglio 2015. Precisamente di Fausto Piano e Salvatore Failla (gli altri due sono Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, ndr). Al riguardo la Farnesina ha già informato i familiari. Sono in corso verifiche rese difficili, come detto, dalla non disponibilità dei corpi”. Il direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Giampiero Massolo, al Tg1: “Dalle foto in nostro possesso ci sono somiglianze con almeno due dei tecnici che a suo tempo sono stati sequestrati”.
Alla notizia, il Copasir ha convocato con urgenza il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi, senatore Marco Minniti.  Mentre alla Camera richieste bipartisan si susseguono perché il governo, nelle persone dei ministri degli Esteri Paolo Gentiloni e della Difesa Roberta Pinotti, riferisca sugli ultimi drammatici sviluppi. Interpellato a margine del Consiglio dei ministri, Graziano Del Rio conferma: “All’inizio della riunione siamo stati informati dalla Farnesina. Sono in corso le verifiche”. Intanto, la Procura di Roma si appresta ad aprire un’inchiesta sulla morte, per il momento presunta, di Piano e Failla. I magistrati, da prassi, attendono notizie e materiale investigativo dalla Libia.
Il raid delle forze libiche. A Sabrata, nell’ovest del Paese nordafricano, le forze di sicurezza libiche hanno condotto ieri un raid contro presunti militanti dello Stato Islamico che la scorsa settimana avevano effettuato una scorreria nella cittadina prendendone brevemente il controllo e decapitando una decina di agenti della polizia locale. Dopo il blitz delle teste di cuoio, il portavoce del Consiglio militare di Sabrata aveva fornito un bilancio di sette jihadisti uccisi e di tre sospetti fuggiti. Ma un filmato dell’azione rivelerebbe un’altra verità: nello scontro a fuoco sarebbero caduti anche i due ostaggi italiani, il sardo Fausto Piano, 60 anni, e il siciliano Salvatore Failla, 48. Separati, secondo quanto si apprende da ambienti giudiziari, dagli altri due dipendenti della Bonatti sequestrati, Calcagno e Pollicardo.

Piano e Failla sarebbero rimasti uccisi durante un trasferimento: il convoglio sul quale si trovavano, secondo quanto si è appreso in ambienti giudiziari, è stato attaccato dalle forze di sicurezza libiche e tutti i passeggeri sono morti. Le salme sono state recuperate poi dai miliziani. Un testimone libico, rientrato a Tunisi da Sabrata, riferisce all’Ansa che i due italiani “sono stati usati come scudi umani” e, conferma, sono morti “negli scontri” con le milizie di ieri a sud della città, nei pressi di Surman. Su Sabrata, venerdì 19 febbraio, gli Stati Uniti avevano compiuto un raid aereo contro un campo dello Stato islamico avendo come obiettivo primario Noureddine Chouchane, tunisino ritenuto coinvolto nei due attacchi terroristici al museo del Bardo a Tunisi e sulla spiaggia di Sousse. Dopo il bombardamento americano, che ha causato una cinquantina di 50 morti, i jihadisti avrebbero cercato di riparare in Tunisia. Di qui, forse, anche il trasferimento degli ostaggi.

Un sequestro che irritò il governo: “Tecnici mandati allo sbaraglio”. Come ricordato dalla Farnesina, i quattro tecnici italiani erano stati sequestrati a Sabrata il 20 luglio 2015 mentre, rientrati da una breve vacanza in Italia, muovevano dalla Tunisia verso l’impianto gasiero di Mellitah, 60 chilometri da Tripoli, controllato dall’Eni e da dove parte il gasdotto Greenstream. Per le modalità del rapimento, una fonte di Palazzo Chigi riferì a Repubblica della profonda irritazione del governo nei riguardi della società Bonatti e della stessa Eni per aver mandato i loro tecnici “allo sbaraglio” in un “quadrante di mondo dove l’Italia non ha più un’ambasciata e dove i protocolli di sicurezza devono essere stringenti”. L’accusa, senza giri di parole: “Non hanno evidentemente saputo proteggere i propri dipendenti integrando le proprie procedure”.

Il conducente libico dell’automezzo su cui i tecnici italiani viaggiavano senza alcuna scorta fu lasciato libero di andarsene e riferì che i sequestratori non avevano ostentato “posizioni radicali o politiche”. Stando al racconto reso dal “tassista” alla Bonatti e alle autorità di Tripoli, il sequestro era avvenuto poco dopo le 20 del 19 luglio. “Per alcune ore tutto tranquillo poi, quando eravamo a un centinaio di chilometri dalla nostra destinazione, siamo stati bloccati da un pick-up con quattro uomini armati di mitra. Ci hanno fatti scendere dal nostro pulmino e ci hanno perquisito. Hanno controllato i nostri documenti e uno di loro si è poi messo alla guida del nostro automezzo mentre il pick-up ci ‘scortava’ fino al villaggio di Al Jmal”.  A quel punto, stando sempre al suo racconto, i rapitori lo avevano lasciato libero consegnandogli anche l’automezzo e poi si sarebbero allontanati con i quattro italiani verso un altro villaggio non lontano da Al Jmal.

Sulla base di questa testimonianza, si ritenne che i tecnici italiani fossero stati sequestrati da una piccola milizia, composta da un centinaio di uomini bene armati, che all’epoca  controllava il territorio tra Zuara e Tripoli e faceva capo alla “Jaysh A Kabael”, l’Esercito delle tribù libiche dedito al traffico di armi, al contrabbando di petrolio ma con interessi anche nella custodia dei migranti diretti in Italia. Un gruppo interessato soprattutto ai soldi. Che successivamente potrebbe avrebbe venduto o semplicemente ceduto gli ostaggi alla cellula Is attaccata a Sabrata. Trattare il rilascio con gruppi islamisti, interessati anche a un riconoscimento politico, può rendere molto più complicate trattative che spesso passano per mediatori dall’attendibilità tutta da testare. Potrebbe essere stato questo il caso degli italiani. Il sindaco di Sabrata ha riferito alla Bbc che i sequestratori avevano fissato in 12 milioni il prezzo del riscatto dei tecnici italiani.
Bonatti tace. Nessun commento per ora dalla Bonatti, general contractor internazionale con sede a Parma, leader del settore olio e gas. “Non siamo autorizzati a rilasciare alcun commento”, è la risposta alle richieste di informazioni su quanto ha rivelato la Farnesina. L’azienda attende di avere maggiori riscontri prima di esprimersi, molto probabilmente con una nota ufficiale.

L’angoscia delle famiglie. Il legale di famiglia, avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, ha sentito a Carlentini, in provincia di Siracusa, la moglie di Salvatore Failla, padre di due figlie: “E’ ovviamente disperata e chiede che il suo dolore sia rispettato. Non c’è ancora assoluta certezza che sia proprio suo marito uno dei due italiani rimasti uccisi in Libia. Per questo sta vivendo queste ore con infinita angoscia”. Per il penalista “quanto accaduto è un fatto spaventoso. Se ci sono responsabilità a qualsiasi livello mi auguro che vengano al più presto individuate”. Parenti e amici si sono recati nell’abitazione. “Siamo molto angosciati e preoccupati e abbiamo attivato i nostri canali con la Farnesina per avere informazioni più precise”, dice il sindaco Pippo Basso, “Failla è molto conosciuto come un grande lavoratore, amante della famiglia. Siamo pronti a fornire ogni forma di solidarietà e di assistenza ai familiari del nostro concittadino”.

Ore di angoscia anche a Capoterra, di dove era originario Fausto Piano, meccanico di 60 anni, marito e padre di tre figli. “Mi hanno chiamato ma ancora non abbiamo conferme ufficiali” ha spiegato il sindaco Francesco Dessì, raggiunto telefonicamente dall’Agi, che due settimane dopo il sequestro organizzò una fiaccolata per chiedere la liberazione del concittadino rapito in Libia. “Dalle notizie che circolavano sembrava che lo potessero liberare da un momento all’altro, invece…” prosegue il sindaco, parlando di Piano come di una “persona molto benvoluta in paese. Lo conoscevo bene perché eravamo praticamente coetanei e posso dire che era una persona squisita e un gran lavoratore”.

Comprensibile anche l’apprensione testimoniata dal nipote di Gino Pollicardo, 55enne di Monterosso, in provincia di La Spezia, che sarebbe sopravvissuto allo scontro a fuoco di Sabrata: “Non sappiamo nulla, se non quanto sta trapelando in queste ore dagli organi di informazione. Speriamo bene”. La famiglia, secondo quanto trapela dallo stretto riserbo che la circonda, non è stata contattata dalla Farnesina.

(da Repubblica)

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