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Una grande folla dà l’ultimo saluto a Umberto Eco

martedì 23 febbraio 2016 - 17:11
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imageIl mondo della cultura e della politica, i familiari, lettori e appassionati. Una grande folla dà l’ultimo saluto a Milano a Umberto Eco, lo scrittore e semiologo scomparso a 84 anni. La cerimonia – laica, come voleva lo stesso intellettuale – si è svolta al Castello Sforzesco.

I fiori di campo e la toga

Centinaia di persone si sono messe in fila, almeno un’ora prima, per assistere alla celebrazione nel cortile della Rocchetta. Ci sono stati persino dei litigi, perché non tutti sono riusciti a entrare. La bara, ricoperta soprattutto da fiori di campo, bianchi e gialli, margherite, tulipani, ma anche fresie, anemoni e ranuncoli, è arrivata dalla casa del professore, proprio vicino al Castello. All’uscita dal portone, il feretro è stato accolto da un sobrio applauso. Una volta arrivato al Castello, gli è stata posta accanto la toga dell’Alma Mater dell’università di Bologna, dove Eco era professore da oltre 41 anni.

Le autorità e il mondo della cultura

L’area alla destra della bara è riservata alle autorità. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato una corona portata dai corazzieri oltre a un telegramma alla famiglia. Presenti i ministri dei Beni culturali, Dario Franceschini, e dell’Istruzione, Stefania Giannini; i vertici della Rai, Antonio Campo Dall’Orto e Monica Maggioni. Diversi i primi cittadini, tra i quali quello di Milano, Giuliano Pisapia, di Torino, Piero Fassino, di Alessandria, Maria Rita Rossa. Poi, i rettori, tra i quali Francesco Ubertini dell’università di Bologna e il suo predecessore Ivano Dionigi. Numerosi gli esponenti del mondo della cultura: Roberto Benigni e la moglie Nicoletta Braschi, in fila come tutti gli altri, Moni Ovadia, Aldo Grasso, Stefano Bartezzaghi, Mario Andreose ed Elisabetta Sgarbi, con i quali Eco aveva intrapreso la creazione della nuova casa editrice La Nave di Teseo, che come prima opera pubblicherà il volume di saggi dell’intellettuale, Pape Satàn Aleppe.

Il ricordo

Ad aprire la serie degli interventi per ricordare Eco è Pisapia: «Grazie per il tuo coraggio culturale e civile», «grazie per essere stato l’interprete dell’anima di questa città», dice il sindaco di Milano. «Andava guardato come si guarda un quadro o un paesaggio. Si capiva e si vedeva che in quei silenzi consultava la sconfinata biblioteca che era dentro di sé» aggiunge Franceschini. «Eco è il simbolo di quel classicismo innovatore di cui c’è tanto bisogno e di cui il nostro Paese è portatore nel mondo. Abbiamo perso un maestro ma non abbiamo perso la sua lezione» assicura Giannini. «È stato soprattutto un moderno umanista», concorda Gianni Cervetti, il presidente di Aldus Club, Associazione internazionale di Bibliofilia, di cui Eco era anche presidente onorario.
Tocca poi agli accademici bolognesi. L’ex rettore Dionigi ricorda un concetto che il professore scomparso insegnava agli studenti: «Chi sono i classici? Quelli odiati da giovani, riscoperti da adulti ed amati perché ci allungano la vita». «Ora che sei uno di loro, grazie perché ci allungherai la vita», conclude. Mentre l’attuale rettore Ubertini annuncia che buona parte della cerimonia di inaugurazione del 928esimo anno accademico sarà dedicata alla memoria di Eco, che «trasmetteremo con orgoglio».

L’ultima impresa editoriale

«Un uomo supremo e completo – dice prima che inizi la cerimonia, Elisabetta Sgarbi -. È scomparsa una grande personalità del secolo scorso e di questo scorcio di secolo» sulla cui «grandezza ci sono ancora molte cose da capire». Poi, quando prende la parola dal palco, si esprime a nome de La Nave di Teseo. «Eco voleva una casa editrice fondata da lui, ma non su di lui – nota -. Voleva essere solo un autore ma sapevamo che era molto di più». Sgarbi ricorda poi che lo scrittore «amava la Bompiani» e che per rimanergli fedele «aveva dovuto lasciare una parte importante della propria storia, per fondare la nuova casa editrice. Ma aveva la speranza di ricongiungere il suo catalogo». Fondare una nuova casa editrice «significa regalare un futuro – conclude – per questo ci ha lasciato il compito di garantire unità, vitalità e continuità alle sue opere».

«Benedizione laica»

A concludere gli interventi di commemorazione , con la «benedizione di un credente a un non credente», è il regista Moni Ovadia: «Che Dio ti benedica soprattutto perché non credente» dice, perché «Dio sopporta i credenti ma predilige decisamente gli atei».

(Da Corriere)

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