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La sfida di Salvini a Papa Francesco

lunedì 24 agosto 2015

imageFRA la Lega di Salvini e la Chiesa di Papa Francesco il clima dei rapporti non è propriamente evangelico. Al contrario: volano parole grosse se non proprio insulti. Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha liquidato le critiche leghiste a papa Francesco come “affermazioni insulse di piazzisti da quattro soldi”. Il Pontefice, lo rammentiamo, aveva equiparato la scelta di respingere gli immigrati a un “atto di guerra”. Di più: “violenza omicida”. E, per questo, in precedenza, aveva chiesto “perdono”. Per le persone e le istituzioni che “chiudono la porta ai disperati che fuggono dalla morte e cercano la vita”. Parole gravi, riferite a una platea ampia. Perché è ampio il fronte degli “amplificatori della paura”. Che raccolgono – e alimentano – l’inquietudine sollevata dal flusso dei migranti. Ma Salvini si è affrettato a reagire. Perché si è sentito chiamato in causa, in prima persona. Ma anche perché, così, ha inteso “farsi carico”, in prima persona, di rappresentare le paure. Contro la minaccia dell’invasione. Così, da un lato, ha chiesto: “Quanti rifugiati ci sono in Vaticano?”. Per sottolineare l’atteggiamento “irresponsabile” della Chiesa. Mentre, dall’altro, ha sostenuto che chi difende l’invasione – ancora la Chiesa – “o non capisce o ci guadagna”. Puntando il dito sugli interessi dell’associazionismo cattolico. Sostenuto e finanziato con i fondi pubblici.

Il conflitto fra Lega e Chiesa (tematizzato da Roberto Cartocci in un bel libro di alcuni anni fa) è acceso. Proseguirà a lungo. Non solo perché gli sbarchi continueranno per molto tempo ancora. Ma perché le polemiche fra Lega e Chiesa durano da molto tempo. A partire dalle invettive di Bossi contro “il Papa polacco” e contro “i vescovoni”. I conflitti, però, si sono moltiplicati negli ultimi anni, proprio intorno a questo tema. Il rapporto con gli “altri”. Con le religioni degli “altri”. Con le “altre” religioni. Come nel 2009, quando la Lega di Bossi polemizzò aspramente contro il Cardinale Dionigi Tettamanzi. Arcivescovo di Milano. “Colpevole” di aver sostenuto il diritto di culto e di fede religiosa per tutti. Anche per gli islamici. E, quindi, in contraddizione con le “guerre di religione” contro i minareti e le moschee dichiarate dalla destra. Per prima, dalla Lega. Un tempo separatista, comunque padana e nordista, nel 2009 aveva proposto di inserire la croce nel tricolore. La Lega. Già allora si era “evoluta” in Lega nazionale. A difesa dell’identità cristiana del Paese. Per questo la polemica sollevata da Salvini non costituisce una rottura nella storia leghista. Ma si presenta, al contrario, in continuità con il passato, non solo recente. Soprattutto oggi che la “questione religiosa” incrocia la “questione politica” posta dai rifugiati e dai migranti. Salvini, traduce i messaggi e gli ammonimenti del Papa e di mons. Galantino non in accuse ma in titoli di merito. Che esibisce con orgoglio. La Lega: sta con Bagnasco come ha detto ieri Maroni. E Salvini si erge a difensore della sicurezza e, al tempo stesso, dell’identità nazionale. Lui, unico, italiano vero. Unico, vero interprete degli interessi, dei timori e della cultura territoriale. Contro tutti i nemici. Mentre la Chiesa è, per vocazione e missione: “universale”. Al di là delle accuse mediocri, che riconducono le posizioni del Papa e dei vescovi agli “interessi locali”: come sottovalutare l’importanza della presenza della Chiesa in Africa? Nelle zone maggiormente coinvolte da conflitti etnici e povertà? Da cui partono i disperati verso le nostre coste?

Papa Bergoglio, d’altronde, viene dal Sud America. Dove queste tragedie – e queste “mobilitazioni” dolorose – sono ben più evidenti che da noi. Dove l’azione e la presenza della Chiesa, anche per queste ragioni, sono ben più estese che in Italia. E in Europa. Così la Lega di Salvini rivendica, in continuità con il passato recente, il proprio primato sulla stessa Chiesa. Almeno in Italia, è lei, la Lega, la vera religione. La vera rappresentante dei valori e delle tradizioni in ambito territoriale. A livello locale. La vera difesa della Croce contro gli infedeli e contro i nuovi barbari. Dal mondo che ci invade. Dalla globalizzazione che produce e riproduce solo insicurezza. Dalla perdita di ogni confine. La Lega di Salvini: è l’unica la vera, interprete dell'”Italia dei campanili”. I campanili. Prima di evocare luoghi di culto, richiamano il sentimento locale e localista dell’Italia. Un “popolo di compaesani”, per citare Paolo Segatti. Oggi il campanilismo, la religione del paese e dei paesi con l’iniziale minuscola, ha scavalcato i confini padani. La Lega di Salvini l’ha imposto anche nell’Italia rossa, dei municipi.

D’altronde, la Chiesa ha smesso da tempo di orientare le scelte politiche degli italiani. Non solo perché in Italia quasi tutti si dicono cattolici, ma a messa ci va, regolarmente, circa un italiano su quattro. Non 8 su 10, come negli anni Cinquanta. Ma perché gli stessi cattolici praticanti si distribuiscono, senza grandi differenze, fra schieramenti e partiti. Presso gli elettori della Lega, la pratica religiosa è coerente e quasi aderente a quella della popolazione. Mentre in origine la Lega era la Chiesa dei “cattolici non praticanti”. Quelli che andavano a messa solo in poche occasioni. Pasqua, Natale. Matrimoni e funerali. Oggi però non c’è più il partito “dei” cattolici. Ma neppure un partito “di” (soli) cattolici. Come Arturo Parisi definiva la Dc degli anni Ottanta. I cattolici, praticanti, tiepidi e indifferenti, non hanno più appartenenze. Semmai, si distinguono per un maggior grado di incertezza e distacco. Dai partiti e dal voto. La Chiesa, anche per questo, oggi – e da tempo – agisce autonomamente, a tutela dei propri valori e – ovviamente – dei propri interessi. Così la Lega la incalza, la contesta. Le fa concorrenza. In ambito nazionale e locale. La Lega di Salvini. La “vera” Chiesa dei “veri” italiani. Che si illudono di fermare il tempo e di chiudersi entro i propri confini. Perché tutto il mondo è paese. Se riusciamo a presidiare i muri che difendono il “nostro” paese dal mondo.

(da Repubblica)

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