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Il «mercato nero» dei feti abortiti

lunedì 3 agosto 2015

imageIl terzo video girato “undercover” dal Center for Medical Progress (Cmp) per dimostrare che Planned Parenthood è coinvolta in un gigantesco mercato illegale di organi e tessuti di bambini abortiti è il più pesante fra quelli pubblicati finora. E arriva proprio mentre la linea di difesa scelta dal colosso delle cliniche abortive americane – che sostiene che non si tratta di compravendita di organi ma di “donazioni” alla ricerca perfettamente legali e volontarie da parte delle pazienti – vacilla di fronte alle numerose iniziative politiche intraprese in diversi stati per bloccare i finanziamenti ai centri afferenti al gruppo. Gruppo che nel frattempo ha perso anche l’appoggio di importanti sponsor come Coca-Cola, Ford e Xerox.
LA TESTIMONE. Elemento chiave del terzo video è la testimonianza di Holly O’Donnell, ex dipendente di StemExpress, società californiana che fa da intermediario tra Planned Parenthood e vari centri di ricerca, procurando a questi ultimi i “campioni” di tessuto fetale da utilizzare nei laboratori. Holly è una giovane flebotomista e racconta di avere accettato il posto da StemExpress pensando che si sarebbe occupata di prelevare sangue, «non di procurare tessuti di feti abortiti». Invece, spiega la donna, è proprio questo che si fa in «quell’azienda nauseante»: «Dissezionare feti abortiti e vendere gli organi ai ricercatori». In cambio, accusa, Planned Parenthood «riceve parte dei soldi». Holly lo dice chiaro e tondo: si tratta «sostanzialmente di traffico di tessuti fetali».

IL “TRAINING”. Il primo giorno di lavoro da StemExpress è stato un vero trauma, racconta Holly nel video. Entra una collega – ricorda la donna – e svuota un contenitore rovesciando materiale sanguinolento in «una specie di vassoio». È il modo per iniziare il “training” della nuova arrivata. «Ok, questa è una testa. Questo un braccio. Questa è una gamba», dice la collega esperta sollevando di volta in volta con le pinze pezzi diversi dal vassoio. Poi chiede a Holly di provare a ripetere in prima persona l’opera identificazione delle parti del corpo. Lei ci prova, comincia da una gamba, ma «quando l’ho tirata su ho sentito solo la morte e il dolore attraversare tutto il mio corpo». Holly sviene. E quando si riprende i colleghi intorno provano a tranquillizzarla: non preoccuparti, è una sensazione difficile da reprimere, anche dopo anni di lavoro, anzi, «alcuni non riescono proprio a superare la cosa».
STOP AI FILMATI. Stando ai racconti di Holly O’Donnell, tutte le parti coinvolte in questo «traffico» erano ben consapevoli dei “valori” in gioco. Quelli di Planned Parenthood, spiega, «prendevano una percentuale» su ogni organo ottenuto da StemExpress dissezionando i feti abortiti. «L’infermiera capo cercava sempre di assicurarsi che noi ricevessimo i nostri campioni. A nessuno interessava granché, ma all’infermiera capo sì perché sapeva che Planned Parenthood avrebbe ricevuto un compenso».
Le accuse consegnate dalla giovane flebotomista al Center for Medical Progress sono gravissime, ma l’unico risultato che hanno ottenuto (finora) è l’ingiunzione temporanea emessa da un giudice di Los Angeles nei confronti dello stesso Cmp a non pubblicare altri filmati che coinvolgano la StemExpress. È stata la stessa impresa di intermediazione a richiederla.
I TESSUTI. Il video contiene anche alcune riprese molto forti girate all’interno di una struttura Planned Parenthood, mentre un attivista del Cmp sedicente intermediario di tessuti fetali discute con Savita Ginde, vicepresidente e direttore sanitario di Planned Parenthood of the Rocky Mountains, filiale di Denver che sovrintende cliniche abortive in Colorado, Nevada, New Mexico e Wyoming. Gli argomenti sono la qualità e l’utilizzabilità per i laboratori di ricerca dei tessuti e degli organi di feti abortiti che un addetto sta mostrando loro. «Cinque stelle!», commenta con un sorriso la dottoressa Ginde osservando un minuscolo rene.
IL TARIFFARIO. Nel colloquio viene anche toccato il tema del prezzo dei campioni offerti da Planned Parenthood, denaro che il colosso dell’aborto nei suoi comunicati difensivi sostiene rappresentare un “rimborso” a fronte delle spese sostenute per le “donazioni alla ricerca”, mentre secondo gli accusatori sarebbe la prova dei profitti illeciti dell’azienda. «Se facessimo 50 o 75 dollari a campione, sarebbero tra i 200 e i 300 dollari (in totale per tutti i tessuti di un aborto, ndr) e a noi andrebbe bene», ipotizza il finto offerente. Replica la dottoressa Ginde: «Credo che funzioni un po’ meglio una cosa “per articolo”, solo perché in questo modo riusciamo a capire quanto possiamo ricavare».
(Da Tempi)

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