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Peppe Barra incanta Ischia. Poesia, musica e favole: “Impugniamo la spada della cultura!”

lunedì 24 agosto 2015

imageISCHIA (NA) – “Peppe Barra è una vocalità eterna di una storia mai trascorsa” lo definisce così Roberto De Simone, uno tra i più grandi musicologi italiani del 900. Per la nostra rubrica “Il Personaggio” seguiamo questa volta un mattatore del teatro partenopeo ed internazionale. Un uomo ed un artista davvero singolare con il quale compiamo un viaggio   in una storia mai trascorsa, un viaggio  poetico e visionario che Peppe Barra, tenendo per mano lo spettatore, compie nel cuore di Napoli conducendolo attraverso i secoli.

Ieri sera presso il Palazzo Reale di Ischia, Peppe e la sua band si sono esibiti in una serata dedicata alla musica napoletana: Ci vediamo poco fa. E’ quasi impossibile poter descrivere la bravura e la grandezza dell’artista: inclassificabile. Ipnotizza quando racconta le storie barocche di una città che si sente, ama visceralmente, di cui è custode, conservandone il grido ancestrale. Ad accompagnarlo in scena musicisti straordinari, che danno prova della loro maestria: Paolo Del Vecchio alle chitarre, Ivan Lacagnina alle percussioni, Sasà Pelosi al basso acustico, Luca Urciuolo alla tastiera e alla fisarmonica, Giorgio Mellone al violoncello e Alessandro De Carolis al flauto capaci di creare una perfetta sonorità per l’invocazione al sole. Iesc’ sol, brano del 1600 che apre lo spettacolo, armonie carezzevoli per poesie che sono canzoni dell’ 800, o ricreare la melodia di una canzone reggae ma eseguita in dialetto napoletano come No woman, no cry di Bob Marley. Danno poi ancor più contezza delle loro abilità quando, nelle due pause dell’artista napoletano, si esibiscono in due brani strumentali, un fado e un pezzo jazz che catturano lo spettatore trascinandolo in altre dimensioni.

Autentico e viscerale figlio di Napoli, Barra ha incantato la platea ischitana. 71 anni, la bellissima voce e la magimagenetica presenza, un istinto innato che lo guida nel contatto con il pubblico, una mimica come pochi, ha riportato in scena la Napoli della poesia intramontabile, unica e universale, e della sua musica.

Rivisita nel suo gergo teatrale e artistico poesie e canzoni, adattandole alla sua personalità, al suo estro, è molto intimistico. Rende omaggio così ad Enzo Gragnaniello, con l’appassionata Vasame dove si canta di un ultimo bacio; a Pino Daniele, con Cammina Cammina: dove un vecchio va sotto la luna a rileggere il viaggio della vita; ad Antonio Petito, artista analfabeta, il cui patrimonio, spiega, ci è giunto per tradizione orale, ne racconta la leggenda della morte di Pulcinella… Dalla sua voce, i tormenti di un amore di cui si cerca la definizione, l’amore come un verme che ti mangia il cuore, sotto un cielo che è come la vita: oggi è scuro e piove, domani esce il sole... Mostra così allo spettatore, alcune tra le pagine più celebri della letteratura classica napoletana e si sogna. Si sogna di costumi seicenteschi all’interno di un mondo fiabesco e fantastico, tra luci accecanti e ombre nere, tra papere che sono miniere d’oro e principi imbranati. E’ l’universo barocco de “Lo cunto de li cunti”, raccolta di fiabe di Giambattasta Basile, considerata il monumento della cultura e della fantasia di un intero popolo quello napoletano, e che sono poi divenute un patrimonio comune a tutte le culture mondiali da Charles Perrault, ai fratelli Grimm, fino ad arrivare a Walt Disney.

Il Palazzo Reale di Ischia trasuda dalle sue bellezze, le vicende di re e regine che ne fecero la loro sede. Dal porto su cui affaccia giungono la brezza, i suoni, i ritmi. Il Mediterraneo con i suoi linguaggi prepotentemente tornato alla ribalta in questi giorni. Popoli che si mescolano, che si intersecano con gioie e dolori. Il viaggio attraverso il quale ci conduce Peppe Barra termina in questa notte di fine estate dove il venticello contiene in sé già settembre. Intenso e significativo, si alza un ultimo brano: Tammurriata nera di E. A. Mario e Nicolardi, un canto di dolore e di rabbia, ma anche di amore e rinascita.  Il maestro racconta che gli autori scrissero questo testo con l’intenzione di parodiare e ironizzare su una tragedia che era quella dell’occupazione dei soldati neri e degli stupri che ne discendevano nel napoletano.  Venivano al mondo bambini neri che il popolo napoletano chiamava con i nomi tradizionali: Ciro, Antonio… “allora io ho pensato che comunque era una canzone drammatica e non ho fatto altro che reinterpretarla e riscriverla psicologicamente e poi è diventata quello che è diventata.” Una dedica ed un grido per le donne violentate. Poi quasi un rito propiziatorio, il pubblico viene invitato a contare e a portare il ritmo, la tammorra scandisce vita e morte. La standing ovation è la naturale conclusione di una serata da incorniciare.

Un vero monumento del teatro italiano, un uomo coltissimo, raffinato, gentlemen: Peppe Barra si concede al saluto del pubblico, scambia battute, riceve complimenti dal turista sorpreso di essere sconfessato nel suo stesso pregiudizio. Il maestro mi viene incontro sorridente e disponibile, prende posto accanto a me, per scambiare qualche battuta senza alcuna fretta e incanta con la sua dolcezza ed umiltà.

Lo ringrazio per la serata, un viaggio fatto di gioia dopo la tempesta, di amore, di tempo che scorre e attraversa le nostre vite, lasciando pentole di sabbia, ed ancora favole, sogni, persino una stella cadente mentre cantava e che ha attraversato il cielo proprio alle sue spalle… Tutta questa Bellezza continuerà a salvare il mondo. Se dovesse esprimere un desiderio, chiedo…

Nonostante il degrado imperante non si spegne il sogno e la speranza, il maestro non ha dubbi, punta sui “giovani in cui credo tanto, nonostante tutto la vita è bella: purtroppo non ce lo nascondiamo si va incontro ad un mondo sempre meno magico, meno poetico. C’è bisogno di cultura e di amore. Ma la nuova generazione, è troppo legata a tutta questa tecnologia. Ecco, si va avanti in un mondo sempre meno amorevole, colto, per il quale l’unico rimedio è la spada della cultura. Volendo esprimere un desiderio vorrei che si tornasse ad avere l’immaginazione. La capacità di immaginare…”


Si continua con le chiacchiere  ricordo che “L’ Opera buffa del Giovedì Santo” si sviluppa lungo un percorso di quattro quadri nella Napoli del Settecento muovendo un gruppo di personaggi quanto mai ‘sui generis’: castrati, prostitute, amori impossibili… Viene cantata così, la metafora di un’umanità dolente che anela alla Resurrezione…E’ possibile? E con quali mezzi? Gli chiedo…

Mi risponde con concretezza mentre ripercorre i mali del nostro tempo che si, è possibile giungere alla resurrezione, “ma noi non siamo la Fenice che rinasciamo dalle nostre ceneri. Si può, ma solo costruendo”. L’arte,  l’impegno, la tradizione da consegnare alle nuovi generazioni, sono gli ingredienti della ricetta proposta dall’ artista per il quale esiste una sola arma: “impugniamo la spada della cultura!”

Non c’è Natale senza La Cantata dei Pastori e non c’è Cantata senza Peppe Barra. La Cantata dei Pastori ha un titolo lunghissimo e barocco, (fu scritta nel 1698 da Andrea Perrucci e da allora, da più di tre secoli, è continuamente rappresentata, rimaneggiata, riscritta. La Cantata dei Pastori è la storia delle traversie di Giuseppe e Maria per giungere al censimento di Betlemme. La prima edizione fu pubblicata da Andrea Perrucci nel 1698 con il titolo: Il Vero Lume tra l’Ombre, ovvero la Spelonca Arricchita per la Nascita del Verbo Umanato nda). Dopo 40 anni, a Napoli è venuta meno questa tradizione…

Il maestro si fa serio, la sua voce si indigna, ritorna la grinta di un vero animale da palcoscenico: “Lo scorso anno, purtroppo, non si è potuto allestire lo spettacolo per mancanza di sensibilità da parte dei politici che non mi hanno aiutato a metterla in scena; la politica locale non si accorge della grande importanza de La cantata. Per questo Natale la porterò in periferia. Il mio sogno è portarla in una chiesa sconsacrata certo per permettere l’esibizione ma che sarebbe la naturale collocazione di questa sacra rappresentazione. E poi vorrei che il pubblico non pagasse il biglietto per qualcosa che gli appartiene”.

Continuiamo: gli ricordo della sua performance sublime nelle vesti del grillo parlante nel Pinocchio di Benigni, e chiedo cosa direbbe per inquietarci e smuovere le coscienze. Mi risponde che non si sente di fare il grillo “perché altrimenti dovrei dire tante cose brutte”. Ride amaramente. Insisto, mi risponde che il vero titolo della Cantata dei Pastori recita di “Vero Lume tra le Ombre”: “Ecco un altro sogno. Sempre dal sole spero che si possa, anzi possiamo, togliere quel velo buio che lo copre. Lo auguro a me stesso e ad ognuno. L’ umanità ha bisogno di luce!”

La voce trema un po’ di dolcezza, gli occhi lucidi e profondi, vivi di speranza e di pervicace volontà di continuare attraverso l’arte, la sua testimonianza. Lo osservo e sono solo materialmente di nuovo seduta nella platea ormai vuota, insieme a Peppe Barra si ripercorrono emozioni del passato, quelle che non si dimenticano, perché le abbiamo vissute “poco fa”.

Luisa Loredana Vercillo

 

Biografiapb

Giuseppe Barra è figlio d’arte e nasce a  Roma in piazza Dei Crociferi, il 24 luglio del 1944 da  una famiglia di artisti napoletani: Il padre, Giulio Barra (fantasista  e valente artista di varietà) e la madreConcetta (indimenticabile e travolgente attrice, icona del teatro popolare partenopeo). E’ subito attratto dal mondo del teatro ed inizia prestissimo a respirare aria di palcoscenico…

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