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Strappare alla morte un istante di vita: l’ultima manovra del comandante Sonderheimer

venerdì 27 marzo 2015

FRANCE-GERMANY-SPAIN-AIRBUS A320-CRASH-FILEL’aereo inizia a scendere, come un gigante ferito, vira, forse degli scossoni lo attraversano… non lo sapremo mai, tranne che è sceso, scende…Quella discesa, per quanto non brusca, per quanto così simile al movimento “finale” che ogni aereo fa avvicinandosi all’aeroporto in realtà stava portando l’Airbus 320 a schiantarsi contro le Alpi francesi.

Ha deciso per la morte, il copilota Andreas Lubitz. Nelle sue mani la vita dei passeggeri. A quegli stessi passeggeri, 144 più i 4 componenti dell’equipaggio, ha tentato di salvare la vita, il comandante Patrick Sonderheimer. Non solo ha tentato di salvare la loro vita, ma li ha accompagnati verso la morte in un ultimo estremo gesto di carità, di altruismo. Ci ha messo pochi istanti il comandante Sonderheimer, a capire che non avrebbe più rivisto i suoi due figli, la moglie.

“Le urla dei passeggeri si possono sentire pochi attimi prima dell’impatto dell’aereo”, ha spiegato il procuratore di Marsiglia Brice Robin, aggiungendo che “la morte è stata immediata, istantanea”. Otto minuti. Interminabili.

E in otto minuti, il comandante dell’airbus ha preso a 40 anni la decisione più tremenda della sua vita; una decisione che mai avrebbe pensato di dover prendere dopo 10 anni di servizio e 6 mila ore di volo.

Prima afferra un estintore tenta di aprire la porta della cabina che è chiusa (dopo gli attentati dell’11 settembre dal di dentro) e che è fatta per resistere ad effrazioni anche importanti. Con l’estintore batte con forza, tenta di aprire e nel frattempo il comandante pensa di tenere per sé e l’equipaggio la paura per la morte che è lì, ad un passo da loro. Coinvolgere i 144 passeggeri, alcuni dei quali, magari quelle delle prime file, che qualcosa avevano cominciato a temere sentendo e assistendo alle fasi concitate in cui il comandante tentava di aprire la cabina di pilotaggio?

Invece non  c’è panico, non c’è confusione, non c’è paura. O almeno non si sente dalla scatola nera, riportano i quotidiani di oggi. Non arrivano rumori nemmeno dai 16 studenti di un liceo tedesco e dai due neonati. L’ipotesi è che il comandante abbia impartito l’ultimo ordine a se stesso e all’equipaggio e cioè quello di non dire nulla, di non avvisare della morte in arrivo.

Cosa si pensa, si prova, sapendo di essere appesi ad un filo, di andare incontro alla morte? Tutta la vita ti passa davanti o cerchi di strapparne ancora un attimo pensando a ciò che puoi fare? Sarà stata una frazione di secondo. A cosa servirebbe, avrà pensato il comandante, avvisare i passeggeri della morte in arrivo? A nulla, proprio a niente di niente. La paura avrebbe attanagliato i passeggeri, avrebbero iniziato ad urlare… quelli che dormivano si sarebbero svegliati, e i più piccoli? E le loro madri?  C’erano ancora pochi ultimi istanti, poi qualcuno accanto ai finestrini, riporta la registrazione di bordo, avrebbe visto le montagne avvicinarsi troppo; qualcuno ha iniziato ad urlare. Poi, tutto finito.

Le registrazioni della scatola nera, parlano chiaro: il comandante Patrick Sonderheimer ha scelto fino all’ultimo di mantenere il più possibile i passeggeri “nell’inconsapevolezza della morte in arrivo” hanno dichiarato gli inquirenti. Un ultimo ordine. Come un’ultima parola sulla morte.

Ha scelto di aiutare i passeggeri a morire senza avere il tempo di provare paura. E cosa è la vita se non urlo strappato alla morte? Quella che gli veniva data per mano di un altro uomo. Non c’è dubbio. Una manovra, l’ultima, la più bella quella del comandante: quell’istante di vita strappato alla morte!

Luisa Loredana Vercillo

 

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