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Recensione del libro di Vincenzo Rimedio, “Un nuovo esodo” di Filippo D’Andrea

martedì 20 settembre 2016

nuovo_esodo_rimedioLAMEZIA TERME (CATANZARO) – Dopo “Nuove memorie” del 2014, di cui ho scritto la prefazione e presentato in molti convegni in Calabria, soprattutto nella diocesi di Lamezia Terme, oltre che a Vibo Valentia, il vescovo emerito mons. Vincenzo Rimedio esce con questo nuovo libro dal titolo “Un nuovo esodo”, in contemporanea con la seconda edizione di “Essere. Ricerca sull’uomo”, pubblicata dopo oltre 40 anni.

Nell’introduzione il Pastore lametino avvia il suo discorso con il grande filosofo meridionale Giovambattista Vico ed i suoi “corsi e ricorsi storici”, integrati da novità che indiscutibilmente si presentano. Ed in questo orizzonte egli innesta la categoria biblica di esodo nell’era attuale: c’è bisogno di un nuovo esodo che avvia un cammino di liberazione umana e sociale che abbia come ancoraggio di sicurezza la “fedeltà al credo cristiano” radice antica della cultura europea. Un’Europa “liquida”, amorfa perché sfregiata da indifferenza e libertà priva di etica, e lo scenario contemporaneo.

Una fedeltà al Vangelo che sia fondata sul sano principio di laicità: “rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Distinzione non separazione, la Gaudium et Spes del Concilio Ecumenico Vaticano II, approfondita articolatamente ed in modo illuminante da Jacques Maritain e Giuseppe Lazzati.

Subito il Vescovo filosofo si pone sull’orizzonte di un nuovo umanesimo aperto alla trascendenza, affrontando di petto la mappa dei mali preponendo la questione di una errata concezione di libera coscienza che pone l’uomo in un territorio ritenuto “al di là del bene e del male” di nietzschiana memoria. La realtà che  -dice l’Autore- “è anestetizzata la coscienza morale a causa dell’inerzia spirituale e delle suggestioni del mondo”. Ma si è convinti che “la passione sia civile che di fede è il motore della storia”.

L’etica cristiana, “madre della vita buona”, spinge verso “l’esodo da se stessi” egotistico, rafforzando i “desideri buoni del cuore” (p. 14). Non si tratta di considerarci nel “post umano”, annientamento antropologico, ma di entrare nell’era del pienamente umano, dell’umanesimo integrale.

Mons. Rimedio si sofferma sul binario homo sapiens-homo faber, cultura–lavoro. Cultura come arricchimento umano e amore del sapere nella tensione dello spirito alla ricerca del senso esistenziale, che sfida l’aridità interiore che marca di asprezza la società odierna. Un homo sapiens in armonia con l’homo faber, che “vive di sogni” innervati di speranza e di gioia per edificare “il mondo della resurrezione”, possibile solo nella piena “fedeltà alla propria identità”, pur soffrendo “tra l’esilio e la patria” (p. 20).

L’esilio riguarda anche la famiglia che deve allontanarsi dalla “sabbia degli interessi privati e del clientelismo” (p. 21). Invece quello dei giovani dal superamento dei “limiti dell’incostanza, dell’euforia momentanea …. della droga” (p. 22). “Il desiderio dell’esodo – afferma mons. Rimedio – è vivissimo nei giovani” (p. 22). Al giovane non “è estraneo il mondo dello spirito nonostante il materialismo e l’edonismo odierni”, il quale “anela verso ciò che lo trascende, Dio e il suo Regno e verso una nuova società umana” (p. 22).  Un volto di giovane, forza dell’avvenire, come lo vede un Saggio di lungo corso.

Il rapporto con Dio è indispensabile. Un Dio che “non è vento”, “non è terremoto”, “non è fuoco” (p. 24), ma Eterno diventato Tempo, che non si stanca di entrare in questo nostro tempo alla deriva, così complesso in cui l’uomo è attonito, rassegnato, scettico, travolto, apatico. Il tempo di Dio si presenta come “voce interiore della coscienza”, come sapienza divina “antidoto alla complessità della vita personale, familiare e sociale”(p. 42). Un Tempo che “ci ricorda la meta escatologica” (p. 43) e la persona nella sua “capacità d’infinito” (p 46) che vive la liberta in una evangelica “leggerezza esistenziale” (p. 47). Un uomo di celeste luce in cui la ragione feconda di conoscenza, illumina la “coscienza davanti alla realtà” (p. 47) nell’atto discernente. Il Pastore pensatore cita san Tommaso: “L’uomo è soprattutto la sua mente”, quella mente “in grado di intuire l’infinità di Dio”(p. 48), per proseguire convocando Bonhoeffer e la sua incommensurabile felicità di partecipare alla grande causa cristiana, sant’Agostino ed il suo “si è quello che si ama” (p. 54), ed i due papi viventi, Benedetto XVI e Francesco, dove dicono: “La verità che cerchiamo, quella che offre significati ai nostri passi, ci illumina, quando siamo toccati dall’amore” (Lumen Fidei 27: pp. 54-55).

Da tali perle filosofico-evangeliche passa a  Stephen Hawking, Sergio Givone, Arthur Holly Compton ed il loro dibattito scientifico sull’esistenza di Dio per raggiungere le “disposizioni interiori che sono gradite al Signore” (p. 58). Una duttilità nel suo ragionare che stupisce. E torna ad Agostino: “se la fede non è pensata, è nulla” per richiamare “il salto ontologico” ed il “continuismo evoluzionistico” e la loro non contraddizione. Anzi, il vescovo intellettuale riferendosi all’appello memorabile sull’ampiezza della ragione di Benedetto XVI pronunciato a Ratisbona del 12 settembre 2006, ed avvalendosi del Concilio Vaticano II,  afferma che  “la verità scientifica e la verità di fede hanno un unico Autore che è Dio” (p. 69). E, quindi, con Jacques Maritain e Paolo VI si è convinti della “capacità dell’intelligenza a conoscere il reale” e “l’oggettività della verità di fede” (p. 74).

La riflessione di mons. Rimedio arriva all’urgenza dell’abbattimento dei bastioni della Chiesa come si esprimeva Von Balthassar (p. 72), per la purificazione fino all’essenziale del cammino di salvezza.  Infatti, la fede è “un contatto profondamente personale con Dio, che mi tocca nel mio tessuto più intimo e mi mette di fronte al Dio vivente in assoluta immediatezza in modo cioè che io possa parlargli, amarlo ed entrare in comunione”, come afferma Benedetto XVI (p. 75).

Ed in merito all’altra ala del credente Giovanni Paolo II afferma nella “Fides et Ratio”: “E’ Dio stesso ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso”. E’ un pensiero in sintonia con Agostino che riuscì a coniugare straordinariamente l’Annuncio con la filosofia greca. E sant’Anselmo d’Aosta puntualizza: “La priorità della fede non è competitiva con la ricerca della ragione”. Mentre san Tommaso d’Aquino affonda: “la luce della ragione e quella della fede provengono entrambe da Dio; perciò non possono contraddirsi tra di loro”.

Mons. Rimedio con sapienza convoca nel suo ragionamento i più grandi filosofi e teologi cristiani attraverso il magistero attuale sulla materia e ne fa una sintesi: “la fede esige che i suoi contenuti siano compresi con la ragione; la ragione, al culmine della sua ricerca, ammette come necessario ciò che la fede presenta, riconoscendone i propri limiti”.

L’Autore conclude con saggezza e determinazione la questione di una chiesa che “ancora non risulta tutta animata dall’impulso missionario del Pontefice” (p. 91), il quale, come Mosè, attende che tutto il popolo cristiano si metta veramente nel cammino di “un nuovo esodo”. A cominciare dalla coscienza credente calabrese.

(recensione a cura del Prof. Filippo d’Andrea)

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