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Riflessione di Filippo D’Andrea sul libro “Chi ci capisce è bravo” di Marco Cavaliere e Antonio Saffioti

martedì 30 agosto 2016 - 15:04
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imageIl padre di Antonio Saffioti, Pino, lo conosco dai primi anni ’80 nell’ambito dei miei impegni diocesani. Ero responsabile della Commissione Diocesana dei Problemi Sociali e del lavoro, su nomina del vescovo mons. Vincenzo Rimedio. Pino partecipava con serietà e discrezione. Notavo competenza nei suoi interventi sul piano sociosanitario, e disponibilità di persona affidabile.
Dopo quel periodo incrociavo Pino raramente, ma ci salutavamo sempre con affetto invariato.
In questi ultimi anni ho visto che accompagnava suo figlio Antonio sulla carrozzella in convegni culturali. Notavo la sua assoluta attenzione pratica ed amorevole verso il figlio, ma senza farlo notare.
Mi arriva l’invito a partecipare al convegno di presentazione di questo libro, e mi sorprende positivamente la sede scelta: uno stabilimento balneare sulla costa lametina, in pieno agosto.
Arrivo e lo trovo già gremito di gente, in attesa dell’inizio del convegno.
Lui e l’altro autore al tavolo dei relatori. Si alternano tra letture, canzoni, e con un bel quadro che primeggiava al centro della scena.
Ascolto con grande attenzione. Torno a casa ed inizio a leggere il libro, ma senza fretta. Volevo partecipare interiormente sapendo che era il diario di una vita sofferente, e per questo un percorso puntellato da valori d’insegnamento umano. Come viene scritto “parla d’ingegno, di determinazione, di coraggio, di forza d’animo” (p. 5). Non è però un libro personale ma familiare. In cui ogni membro della famiglia narra come ha vissuto accanto ad Antonio: la sua strada è la strada di tutta la famiglia.
Il titolo: “Chi ci capisce è bravo”, è un’espressione che usava il nonno di Antonio. Quale perché in tutto questo? C’è una spiegazione?
Leggendo e tornando spesso sul già letto mi trovo a segnare le parole, come un passo dietro l’altro. Conoscere, studiare sono i concetti del padre Pino. Fede, affidamento, Dio: le parole della madre Vittoria. E poi il muro della burocrazia e l’ignoranza supponente. Un lottare senza sosta, l’autonomia come obiettivo cardine – sempre vocabolario del padre – l’essere sempre pronto, preparato ad ogni evenienza, il mettere ogni cosa in chiaro. L’operatività creativa ed intelligente che affrontava di petto le situazione ostacolanti e mortificante verso il figlio, come la costruzione della rampa della scuola, o la passerella per raggiungere la spiaggia. Fino alla carrozzella geniale per assicurare un’autonomia impensabile. Primeggia su tutto il valore della dignità come principio primo dell’essere umano.
Le parole di Antonio girano intorno al concetto di liberazione. Liberazione dai limiti, dalla mentalità impreparata verso la disabilità, dall’ignoranza generale, dai pregiudizi. Un figlio che dimostrava una forza d’animo fuori dal comune, una volontà straordinaria, che superava “le ossa fragili come il cristallo e la distrofia muscolare nascosta dentro” (p. 63) quando ancora non si era resa visibile. Tutto questo, nel limite del comprensibile, o forse dell’incomprensibile, rincuorava i genitori. E poi quando nell’ora di educazione fisica, invece di restare fuori, si propose come arbitro divenendo il compagno indispensabile. Pensava: “la classe dipendeva da me” (p. 65).
Antonio dichiara con soddisfazione che il padre gli ha regalato l’indipendenza. Infatti, scrive: “Mio padre era riuscito, ancora una volta, a rendermi libero di vivere la mia adolescenza nel migliore dei modi. Mi aveva ancora una volta regalato l’indipendenza” (p. 70).
La “testardaggine” del padre, ma anche del figlio, era una virtù. E venne fuori in questo senso in tutta la sua chiarezza quando lo fece entrare nella Basilica della Natività in Terra Santa. E racconta Antonio: “L’ingresso della chiesa era molto piccolo, troppo perché la mia carrozzina potesse passarci. Così lui (il papà) fece in modo che il flusso dei turisti si fermasse un attimo, sbarrando letteralmente il passaggio, smontò poi le ruote della carrozzina e parte della struttura dopodiché, aiutato da un altro assistente del gruppo, mi trasportò di peso all’interno dell’edifico”. E continua: “Dovette subire tutta l’ira dei sorveglianti, rischiò addirittura di prendere qualche botta in testa! Ma ne valse la pena, mi regalò un’altra esperienza da inserire nel bagaglio di vita” (p. 71).
Un’altra parolina di Antonio è stata “trasgressione”, che venne vissuta come “fuoco d’artificio per l’anima”, e gli fece fare un balzo in avanti nel suo sentirsi più adulto (p. 72).
“Vittoria” è, inaspettatamente, un altro termine nel vocabolario di Antonio. Scrive: “Il corpo è soltanto un veicolo” (p. 75), “la vera differenza, nella gara della vita, la fa il conducente” (p. 76). “Non siamo corpi, siamo menti e anime … chi ha una mente e un’anima abbastanza forti, può riuscire a vincere le proprie sfide anche col peggio veicolo al mondo. Basta solo crederci, nella vita e nella possibilità di vincere gli ostacoli” (p. 76). Grazie Antonio. Ed attraverso te, la tua stupenda famiglia, e Marco Cavaliere.

prof. Filippo d’Andrea

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