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“Passo dopo passo al margine dell’esistenza” di Filippo d’Andrea. La recensione di Federica Crea

lunedì 27 giugno 2016

passo_dopo_passoLa reviviscenza della richiesta religiosa odierna, pur nelle evidenti contraddizioni, è situata nel fenomeno di una grande sete di Verità.  “L’uomo – come ricorda Papa Benedetto XVI – non può vivere senza questa ricerca di verità su se stesso, che cosa sono io, per che cosa devo vivere – verità che spinga ad aprire l’orizzonte e ad andare al di là di ciò che è materiale, non per fuggire alla realtà, ma per vivere in modo più vero, più ricco di senso e di speranza, e non solo nella superficialità”.

Dunque, cercare il mistero che sottostà a questa realtà in cui viviamo è un passo importantissimo per la costruzione di un cammino che, alla luce del volume di Filippo D’Andrea, passo dopo passo …. al margine dell’esistenza, conduce ad un’autentica ricerca di senso esistenziale.

E’ un libro che offre alla persona un’esperienza interiore profonda e concreta.

A riguardo scrive l’Autore: “C’è un mistero in cui credente e non credente si ritrovano vicini: il dubbio della fede; c’è un mistero dentro l’uomo che si sfiora solo nel silenzio”.

La persona che si trova al margine della propria esistenza non è, certamente, un utopista, priva di ragione, che vive in un suo piccolo microcosmo. La ricerca di profondità di senso esistenziale da tradurre in atteggiamenti concreti nella sua vita è conseguenza logica della sua fede, per cui afferma ancora il prof. D’Andrea: “Realisti ma non rassegnati”.

Questo pensiero letto in sintonia con la definizione di fede che da’ san Paolo: “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Ed 11.1), mi spinge a potere riflettere, parafrasando, che la fede, dono meraviglioso di Dio, è ciò che in noi genera la certezza che oltre il presente, il visibile, c’è un’altra realtà che ci è assicurata.

Convengo con Filippo D’Andrea sul fatto che “bisogna lasciarsi portare, sempre e solo, dalla propria coscienza, dove vivono l’anima e l’intelletto”. Ed è proprio in coscienza che sento di dover fare mia l’affermazione di Benedetto XVI, secondo il quale “Solo nella verità la Carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che da’ senso e valore. Questa è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l’intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della Carità ….. senza Verità, la Carità scivola nel sentimentalismo” (Caritas in Veritate).

La parte del volume dedicata ai “pensieri” si apre con un frammento che così recita: “Lo sguardo di umiltà apre alla bellezza profonda della semplicità e della comprensione dell’umano nel suo mistero di trascendenza”. Viene dato rilievo all’esperienza dell’interiorità, di cui il silenzio è condizione importante per purificare le proprie intensioni, amare senza trarne alcun vantaggio, per svuotarsi dai pregiudizi perché, come dice Simone Weil: “la grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla” (L’ombra e la grazia, p. 23). In questo senso, pare che chi si incammina alla ricerca di senso ha piena consapevolezza che la sua vita si gioca su due dimensioni, quella fisica (fisica-tempo) in cui è immerso per un determinato tratto e in un’altra dimensione che non ha né tempo, né spazio e per questo non può essere vista con questi occhi che servono in questa realtà. Ci vuole un occhio particolare: l’occhio dell’anima: la fede, appunto.

La persona che passo dopo passo vive al margine dell’esistenza ha il coraggio di dire a se stesso ed al mondo che è incompiuto il pensiero che dell’uomo ad una sola dimensione, ossia dell’uomo solo terrestre, che bada solo alle cose materiali, solo vincolato all’esperienza sensibile, all’uomo che afferma: Io credo solo a ciò che vedo, tocco, calcolo, esperimento: con l’esclusione automatica di Dio, della dimensione spirituale e del soprannaturale.

L’Autore aggiunge, inoltre, che “la fede è anche accettare di restare in sospeso; la fede è fiducia che vi è un orizzonte verso cui andare”. Accettare il mistero della Verità, significa quindi completare il quadro della realtà, significa non precludersi la strada a comprendere tutta la realtà. Chi dice a priori: Dio non esiste, il soprannaturale è un’invenzione fantastica, si chiude da se stesso la strada a contemplare quello che c’è oltre la piccolissima porzione delle cose visibile, delle cose palpabili, delle cose misurabili.

Dalla lettura del volume di Filippo D’Andrea ne deduco, altresì, che oltre la realtà visibile ad occhio nudo, oltre le conclusioni della nostra ragione, oltre le piccole misure dei nostri sensi, c’è qualcosa d’altro, anzi di più. La persona credente che si trova al margine della propria esistenza certamente è chiamato a rispettare le varie posizioni, ed anche quelle di chi non ammette Dio, né la fede in Lui.

Il professor D’Andrea ha messo in copertina una pittura della moglie Elvira, opera su vetro dal titolo “Bellezza al margine”,  realizzata nel 1979.

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