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Sabato del Villaggio, “le chiacchiere stanno a zero” con lo sguardo “assassino” di Roberta Bruzzone

sabato 6 giugno 2015 - 15:25
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(null)LAMEZIA TERME (CZ) – “Chi è l’assassino?” Il conduttore televisivo di turno formula la fatidica domanda rispetto al nuovo crimine insoluto: “Dottore, chi potrebbe aver ucciso”? Ed ecco “l’esperto” rispondere ostentando una certa sicurezza: “Sesso maschile, di età dai 25 ai 50 anni e con una conoscenza pregressa della vittima”…
In circa il 90% dei casi ci si azzecca e si fa un figurone, poi lo spettatore si accorge di una formazione molto superficiale. E al mondo affascinante della criminologia, certamente con una solida preparazione, appartiene la notissima dott. Roberta Bruzzone chiamata a chiudere la seguitissima rassegna culturale del Sabato del Villaggio ideata e diretta da Raffaele Gaetano, nel gremito Teatro Grandinetti di Lamezia Terme.
Psicologa forense, criminologa, criminalista, analista della scena del crimine, esperta in Scienze Forensi nonchè Docente di Psicologia Investigativa, Criminologia e Scienze Forensi presso l’Università LUM Jean Monnet di Bari, la Bruzzone specializzata all’estero, ambasciatrice di Telefono Rosa nel mondo, in molti la conoscono per le sue diverse presenze televisive nei talk show legati ai fatti di cronaca.
Grinta da vendere che traspare dalla postura, dai gesti e dalle parole (anche se meno “dura” di quel che si pensa) la psicologa si presenta al pubblico partendo dalla seconda elementare quando, discola come era, “getta le basi” per la sua brillante carriera dando un’occhiatina alla casa fantasma del paese. A 10 anni tra le mani il suo primo libro di scienza forense che l’avvicina così all’applicazione di tecniche e metodologie scientifiche in relazione alle investigazioni di carattere giudiziario.
Nel corso dell’incontro, come di consueto, l’esibizione di giovani talenti lametini: ieri sera è toccato alla giovanissima cantante Caterina Cristaudo, accompagnata al pianoforte da Giovanni Nicotera.
Si racconta, Roberta Bruzzone, guidata dagli input sempre interessanti di Raffaele Gaetano che cerca di aprire al pubblico (come dallo stesso sottolineato non “in maniera cruenta”) il più possibile le porte di un mondo che comunque affascina: come lavora e ragiona una criminologa? Come un evento tragico può incidere sulla sua sfera emozionale e privata? Il suo essere donna in questo mondo così particolare, le dinamiche di reati come lo stalking, il femminicidio, fino al provocare il forte e chiaro appello alle donne di ribellarsi ad ogni vessazione.
La dottoressa Bruzzone si è occupata con grande professionalità di diversi casi di femminicidio e non solo: dalla morte di Melania Rea a quella di Sarah Scazzi, ma anche della strage di Erba e dei fidanzatini di Policoro. Ed il citato, “Chi è l’assassino. Diario di una criminologa” è anche il libro dove ha deciso di mettere nero su bianco tutta una serie di esperienze professionali che l’hanno coinvolta in prima persona in veste di criminologa.
Emerge durante la serata, la grande esperienza maturata in questi anni di tenace lavoro e “la profonda discrepanza tra ciò che viene prospettato dai mass media e quelli che sono i dati e i fatti visti da chi come me analizza direttamente i casi”. Secondo l’esperta, il pericolo maggiore in questi casi è la divulgazione di informazioni coperte da segreto istruttorio durante la delicatissima fase dell’attività investigativa preliminare con il rischio di mandare all’aria l’indagine, ma non solo: proprio il fatto che spesso queste prime fasi sono condotte in maniera superficiale dagli investigatori conduce ad una serie di casi irrisolti (poiché il giudice è chiamato a giudicare su prove fornite malamente o addirittura inesistenti) su cui non si riuscirà mai a scrivere la parola fine. Il lavoro, dunque, della criminologa è proprio quello di arrivare sulla scena del crimine ed operare nel modo più “freddo, distaccato e lucido possibile”. L’emotività va bandita, così come pure i pregiudizi, i preconcetti, le conclusioni affrettate, spesso alimentati dall’attenzione mediatica proporzionale alla “fame” di notizie su vicende che in fondo assomigliano un po’ alla vita di tutti noi. Spettatori che vengono immersi in una vera e propria “fiction” con le sue puntate, spettatori che credono in questi casi esista un delitto perfetto lì dove in realtà c’è solo un “delitto impunito” dovuto alle errate indagini preliminari. E purtroppo la cronaca italiana è ricca di casi irrisolti, come per esempio il caso di Elena Ceste a cui la criminologa, dice, avrebbe volentieri lavorato oppure clamorosi errori giudiziari; tra questi ultimi al momento tanto per citarne uno si sta occupando anche della vicenda di Enrico Forti, “detenuto da 12 anni in un carcere americano di massima sicurezza dopo una condanna all’ergastolo per un omicidio che non ha commesso. Ho ricostruito il caso su incarico suo e della famiglia e ne ho dimostrato l’assoluta innocenza. Ora stiamo cercando di ottenere la revisione del processo”. E poi il caso della Benetti, la prof. di Cologno scomparsa in provincia di Grosseto, uccisa e il cui cadavere è stato occultato, oppure il caso di Mario Biondo, il cameraman palermitano trovato morto il 30 maggio 2013 nella sua casa a Madrid e che in realtà non si sarebbe suicidato.
Particolarmente esperta nelle tecniche di analisi, valutazione e diagnosi di abuso nell’ambito della violenza sulle donne, la dottoressa Bruzzone, su sollecitazione quanto mai opportuna di Raffaele Gaetano, lancia in resta, tratta il tema del femminicidio. Ne viene fuori che siamo purtroppo ancora in alto mare per quanto riguarda gli strumenti di tutela nei confronti di donne e bambini maltrattati, violati, o assassinati. Che il numero di reati per criminalità diminuiscono ma aumentano quelli che si consumano nella sfera familiare e relazionale. Il numero di denunce è in aumento ma molti problemi sorgono proprio dopo la denuncia, che non può essere considerata un punto di arrivo bensì un punto di partenza all’interno di un percorso che sarà piuttosto lungo e complesso, spesso doloroso e frustrante. Ma bisogna tener duro e “denunciare, denunciare, denunciare e spezzare l’isolamento, rivolgersi alle forze dell’ordine e continuare a chiedere aiuto”, incoraggia la Bruzzone: “Stiamo pagando ancora il peso di stereotipi culturali di matrice patriarcale difficilissimi da estirpare, e che sono alla base di molte manifestazioni violente all’interno della coppia. Completa questo quadro desolante una diffusa omertà che riguarda i casi di maltrattamento in famiglia.”
Il “ritardo” culturale favorisce fenomeni del genere ed emerge dalle parole dell’esperta, che troppo spesso e ancora in maniera abbastanza capillare, osserviamo una rappresentazione della donna assolutamente inadeguata rispetto a quella che la realtà dovrebbe essere… sotto il profilo mediatico, pubblicitario, e chiaramente ciò consente il procrastinarsi di stereotipi che sono non solo sbagliati, ma pericolosissimi che ancora inneggiano al controllo dell’uomo nei confronti della donna: “non si ama qualcuno possedendola e quando non ci serve più la buttiamo via”. “Ogni donna sana che viene umiliata farebbe bene ad andare via. L’unica soluzione è scappare se si ha accanto qualcuno che toglie la libertà, controlla, soffoca, che non ti fa vivere” insiste ancora la criminologa tra gli applausi meritati dei presenti. Il primo consiglio per rompere la spirale di silenzio e violenza intorno alle vittime dei femminicidi, è per prima cosa “costruire una solida autostima”. La fiducia in se stessa, nelle proprie capacità, anche facendo dei percorsi accompagnati da esperti, è il primo passo per uscire dalla vessazione di chi sta ci è accanto. Sulla stessa lunghezza d’onda per lo stalking, di cui, come ricorda il curatore della rassegna, lei stessa è caduta vittima.
Ma Roberta Bruzzone si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa, anzi più di uno, nella serata di ieri. Recentemente criticata “da alcuni soggetti francamente discutibili che addirittura mi hanno attaccato sotto il profilo curriculare” e nei confronti dei quali esalta il suo motto: “le chiacchiere stanno a zero”, si definisce paranoica, “cambiata dalla sua esperienza lavorativa”, sospettosa (rassicurando che “gli uomini della sua vita sono tutti vivi”) costantemente “incazzata” al pensiero che “qualcuno non paghi” e smaniosa di dare un contributo non solo alla giustizia e alla ricerca della verità, ma anche sollievo ai familiari delle vittim,e che pagano con “l’ergastolo della sofferenza”.
Una donna che con le parole ci sa fare, sicuramente preparata nel suo lavoro, tenace, ironica, bellissima. A vederla sembra un’attrice, e l’unico “assassino” a cui corre la mente è il magnetico suo sguardo! Il fatto di essere donna in quest’ambito professionale che forse è più prettamente maschile, non le è stato certo d’ostacolo anche se forse nell’immaginario collettivo non si può anche essere una donna “femminile” senza cedere a compromessi. Linguaggio colorito, a questo proposito mette ben in chiaro che per arrivare a “Porta a Porta”, la nota trasmissione di Bruno Vespa, “non l’ho certo data”, così come suggerisce al “suo” stalker di fare più di frequente attività sessuale: “tromba!”. Coloro poi che si macchiano di reati contro le donne sono “povere merde”.
Emerge a tratti una rabbia profonda, una rabbia lucida che forse la spinge un po’ sopra le righe, ma certo ce la presenta come una donna mai doma.
Roberta Bruzzone può piacere o meno, come lei stessa fa notare. Ma certo è una di quelle donne che non passa inosservata. Colpisce la passione autentica con cui la criminologa affronta il suo lavoro, ma anche la costanza e la fatica nel portarlo avanti e che sicuramente il pubblico avrebbe voluto approfondire ulteriormente.
Su tutto emerge sia pure dopo un’attenta lettura tra le righe e non “sopra” che per la dottoressa Bruzzone la Giustizia con G maiuscola può esistere quando si riesce a costruire esattamente la verità dei fatti e quando in prima linea è chiamata in un Palazzo di Giustizia a spendere i frutti del proprio tenace lavoro.
Concedetelo a chi scrive, il verbo oida, che significa allo stesso tempo “sapere” e “vedere”, è utilizzato di frequente da Edipo nelle “Verità e le forme giuridiche” di Michel Foucault. Oidipous è colui il quale è capace di questa attività di vedere e sapere. È l’uomo del vedere, l’uomo dello sguardo, un po’ come Roberta Bruzzone e il suo sguardo “assassino” alla ricerca della verità.

Luisa Loredana Vercillo

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