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“A spasso con le idee”, Antonio Lubrano: “Per fare giornalismo occorrono onestà e chiarezza”

imageLAMEZIA TERME (CZ) – Irrompe con la sua simpatia ed umanità nella rassegna di “A spasso con le idee” ideata da Raffaele Gaetano e conclusasi ieri sera presso il Teatro Grandinetti di Lamezia Terme. È Antonio Lubrano, classe 1932, l’ultimo illustre ospite che in un teatro gremito, perfettamente a suo agio ripercorre un pezzo di storia della televisione italiana che certamente ha contribuito a scrivere. Primo difensore civico della Tv, Antonio Lubrano è nato a Procida, Napoli, 82 anni fa. Lubrano esordisce nel 1953 come cronista ne “Il Giornale” del capoluogo campano da dove andrà via alla volta di Roma. La dura gavetta, “facevo la fame” racconta, culmina nel debutto in televisione nel 1968 con il programma settimanale di attualità “Un volto una storia”. Autore di diverse trasmissioni, è stato conduttore per tre stagioni di “Diogene”: 10 minuti preziosi in coda al TG2 che si occuperanno innanzitutto del rapporto cliente-banca, dando un grosso impulso alla nascita della legge sulla trasparenza bancaria. Nel novembre del 1990 esordisce in prima serata, su Raitre, con “Mi manda Lubrano”, un programma destinato a entrare nella storia della televisione; in sette anni la platea raggiunge i sei milioni di spettatori. “Mi manda Lubrano” come contraltare al camorrista di “Mi manda Picone”, fa del conduttore napoletano un paladino dei consumatori in balia di soprusi di ogni genere; basta la prima puntata, ricorda il conduttore, ed un ministro in studio, per dare applicazione alla legge sull’autocertificazione disattesa per ben 30 anni.
Raffaele Gaetano guida con maestria l’ospite su quello che è il tema cardine della serata: il modo innovativo di fare televisione, una televisione come “servizio” per lo spettatore, una televisione schierata dalla parte del cittadino, di cui, Lubrano può di certo vantarne la paternità. Emerge così dalle parole del famoso conduttore che la televisione attuale è in crisi perché non sperimenta più, “la Tv è lo specchio della realtà e se per esempio i talk show dei vari Giletti, Santoro ecc. non hanno più successo è perché i protagonisti non sono altro che lo specchio di questa realtà degradata” di cui lo spettatore è stufo. Il segreto del successo della Tv al servizio del cittadino si deve alla chiarezza sulla quale secondo Lubrano un giornalista deve sempre puntare: “Poiché il mestiere del giornalista è un mestiere in cui la chiarezza è fondamentale, mi sono sempre proposto, fin dall’inizio, di parlare in televisione con la massima chiarezza.” Anche se la chiarezza costa in termini di successo, Lubrano crede che sia un dovere di chi ha in mano un’arma terribile come la televisione: “Ancora oggi mi fermano per strada e mi dicono: «caro Lubrano, come parla bene, come è chiaro. Deve avere un bel coraggio». È un’assurdità ma è così: in questo Paese, dove dominano le caste, parlare con chiarezza è un atto di coraggio. Quando, più di vent’anni fa, ho iniziato a fare questo programma, mi sono accorto che questo tipo di informazione mancava totalmente e che nel campo dei diritti dei cittadini c’era la nebulosa. Nessuno sapeva niente sui diritti fondamentali delle persone, venivano ignorati, calpestati, disattesi. Per questo poi sono stato soprannominato difensore civico d’Italia.” Il pubblico apprezza perché non viene visto come un interlocutore “cretino” e ripone così la sua fiducia nel conduttore napoletano decretandone il successo.
Emerge poi lo schema di quella che potremmo definire la teoria della comunicazione di Lubrano, da prendere come modello per ogni giornalista: “Immaginiamo di essere su una lavagna, di disegnare una linea concava in cui la comunicazione passa dal giornalista al potere; una linea convessa quella che passa invece dal giornalista allo spettatore; vi lascio immaginare la mia…” Applausi.
Il pubblico è affascinato dalla capacità narrativa di Lubrano, quella capacità di raccontare che è un po’ un “aprire le porte della propria casa”. Lubrano racconta e si racconta con l’ironia innata nei napoletani quella leggerezza che non è superficialità, ma la capacità di non prendere troppo sul serio gli eventi della vita, qualunque siano e finanche se stessi, perché come si dice a Napoli, “A’vit è nu muorz” (La vita è un morso). Dà vita insieme a Raffaele Gaetano a dei deliziosi siparietti sugli aneddoti più divertenti legati alla sua carriera. Potrebbe parlare per ore: ci racconta dell’intervista con Giulio Andreotti che ha fatto il giro del mondo; del truffatore di una televendita di “smeraldi”; del finto prete che fa pubblica ammenda in diretta tv oppure della leggendaria nascita di “Torna a Surriento” che non nacque per una faccenda d’amore, ma per chiedere a Zanardelli nel lontano 1902 l’apertura dell’ufficio postale a Sorrento! In piedi, poi, per raccontare in dialetto napoletano un tentativo di truffa ai suoi danni, da parte di un compaesano che voleva vendergli la telecamera in truciolato … “Made in Brescia”!
Lubrano, oltre che giornalista, è anche un romanziere. Ci parla del suo ultimo libro “L’isola delle zie”, edito da una casa editrice calabrese, Ferrari. Si tratta di un romanzo ambientato tra il blu del cielo e del mare di Procida, di un viaggio immaginario alla ricerca di una verità. Incentrato sulle vicende e le emozioni di una famiglia, “L’isola delle zie” è un racconto ironico e appassionante. Ed è proprio dal rapporto con l’isola, che Lubrano definisce “il carcere di mare”, che riceve l’insegnamento più importante, quello che viene dalla “religione della libertà” da quel mare che faceva da limite alla sua voglia di “spiccare il volo”: “dare conto solo a se stessi e conservare la propria onestà”.
Si va verso la conclusione, e il padrone di casa chiede quale Italia abbiamo dinanzi e con quale futuro: “Il mio è un giudizio durissimo – esordisce Lubrano – anche se quando vedo dei giovani che spalano il fango a Genova capisco che c’è gente che crede ancora nell’avvenire. Penso all’opera di Puccini, la “Turandot”, dove, la risposta del protagonista ad uno degli enigmi della principessa su quale fosse quel fantasma che morendo la sera rinasce la mattina, è: la speranza.”
La serata si conclude con un ammonimento ai giovani presenti ed interessati al mondo del giornalismo da parte di colui che si definisce “l’uomo delle domande inutili, perché in questo Paese non risponde nessuno”: “I giovani che vogliono imparare il mestiere devono avere umiltà e costanza; la tenacia di credere nel proprio sogno!”

Sorriso trasparente e scanzonato, con voce cordiale Lubrano risponde ad alcune domande che gli rivolgiamo per approfondire il tema della speranza. Prendiamo spunto da un suo romanzo sulla Napoli appena uscita dalla guerra dal titolo “Pomeriggio di Luglio” in cui si riportano i versi di una canzone che parla di un appuntamento tra innamorati:
“Dottor Lubrano quando arriva questo “appuntamento” per Napoli e per il nostro sud?”
Il sorriso di Lubrano diventa mesto: “Guarda io credo che siano poche le speranze, c’è talmente un degrado, prendiamo una situazione come quella del sindaco De Magistris…questa grida vendetta. Ma se una persona ex magistrato e che ricopre una tale carica di sindaco non ha fatto in modo di guidare il riscatto di una città che contava molto sulla sua elezione, cosa possiamo sperare? Io lo vorrei con tutto il cuore…poi la situazione è anche un po’ colpa dei napoletani, della gente del sud che non sa valorizzare i propri talenti”.
“Lei ha intervistato Eduardo De Filippo… famosa la sua ‘Adda Passà ‘a Nuttata’… ma allora ‘quanno passa sta nuttata?'”
“Passerà quando chi ha talento va via, fugge, la stessa Napoli dovrebbe trapiantarsi da un’altra parte e poi ritornare.”
“Eppure Napoli ci insegna spesso la risposta del principe della ‘Turandot’! 
“Si si dovremmo sempre riuscire noi gente del sud a sconfessare la Turandot per la quale la speranza muore!”
La disponibilità del nostro simpatico interlocutore ci porta ad una lunghissima chiacchierata, iniziamo con le isole del Golfo di Napoli, proseguiamo con ricordi d’infanzia, e passiamo alle espressioni dialettali napoletane accompagnate da fragorose risate.
Nel congedarci, sia pure a malincuore, da questo grande giornalista, dietro al quale c’è indubbiamente un grande uomo, la domanda sorge spontanea: “Ma lei è Antonio Lubrano di Scampamorte?”
Puntuale ci viene regalata una battuta alla sua maniera e ci racconta che al premio Caccuri ritirato a giugno di questo anno, alla notizia della sua presenza, Vittorio Sgarbi pare abbia esclamato: “Perché, non è morto?” Lubrano sale sul palco, saluta la platea: “Salve sono Antonio Lubrano risuscitato poco fa in ossequio al mio cognome!”
Concedetelo a chi scrive: “Ma sì! A’vit è nu muorz… facimmece nà risata!”

Luisa Loredana Vercillo

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