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Papa Francesco tra “conversione pastorale” e tenerezza, raccontato dal vaticanista de La Stampa Andrea Tornielli che chiude “Il Sabato del Villaggio”

mercoledì 18 giugno 2014 - 11:00
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imageLAMEZIA TERME (CZ) – Andrea Tornielli, uno dei tre giornalisti italiani ad aver intervistato Bergoglio, profondo conoscitore degli ambienti vaticani (ricordiamo che è vaticanista de La Stampa, coordinatore di Vatican Insider, un progetto dedicato all’informazione globale sul Vaticano) ha chiuso la XII edizione de “Il Sabato del Villaggio”. L’ultimo interessantissimo appuntamento, infatti, si è svolto ieri sera nel Teatro Umberto di Lamezia Terme dove l’atteso incontro, previsto all’ interno del cortile dell’edificio scolastico “Maggiore Perri”, è stato dirottato per il maltempo.A fare da padrone di casa con il consueto garbo e con una conduzione attenta e stimolante, Raffaele Gaetano, che ha conversato con l’autorevole ospite spaziando dalla nascita della vocazione in Bergoglio, alla sua “teologia della liberazione”, dalla “conversione pastorale”, al tema molto discusso dagli addetti ai lavori della cosiddetta “continuità teologica”, passando per il magistero di Francesco, Servo dei servi di Dio e chiudendo con aneddoti teneri e densi di fede che svelano (se mai ce ne fosse bisogno) il profondo mondo interiore e la semplicità che regnano nel cuore di un Papa che ha conquistato tutti, credenti e non credenti, sin dal primo istante.

Le interessanti risposte del giornalista sono state accompagnate dalla lettura ricca di pathos interpretativo, ad opera di Giancarlo Davoli, di brani tratti dal libro di Tornielli, Francesco Insieme delle edizioni Piemme.

Tornielli ha raccontato ad una platea attenta ed interessata, come questo Papa stia muovendo, da un lato, i rigorosi ambienti ecclesiastici e dall’altro la coscienza dei fedeli, semplicemente con il suo porsi “uomo tra gli uomini” con quella che lui definisce “conversione pastorale”.

Papa Francesco spiega Tornielli, incarna la fede dei semplici, quella che “giudica” la fede dei teologi e che, attenzione, non è fatta di dibattiti ma si regge sulle fondamenta “la nostra fede, il cristianesimo, è un incontro con una presenza, Cristo”. Ciò che viene messo in evidenza è lo sguardo di Bergoglio straordinariamente rivolto alla Chiesa, “sguardo con una grande spiritualità, un’attenzione che scaturisce da dentro”.

Durante quasi due intense ore, ci viene presentato un Papa non rivoluzionario (a meno che per rivoluzionario non si intenda un ritorno alle radici del Vangelo) quanto ‘riformatore’. E’ con la forza del suo esempio che Papa Francesco attua la sua “rivoluzione”. Da quando Jorge Mario Bergoglio è stato eletto Papa, è avvenuto un importante cambiamento nella Chiesa Cattolica. Egli ha saputo rinnovare la comunità dei credenti attraverso semplici ma potenti gesti: la decisione di chiamarsi Francesco, di stare in mezzo alla gente, di portare al collo non una croce d’oro, ma d’argento, ridurre la scorta, oppure utilizzare una normale utilitaria: “Il Papa non impone questo stile a chi lo circonda, ma i fedeli vedono” e di certo “giudicano” e positivamente, guardando con simpatia ad una Chiesa che attua una conversione pastorale dalla quale difficilmente, nonostante qualcuno storca il naso, si potrà tornare indietro.

Un Papa che risiede nella modesta Casa Santa Marta, dove non si avvale di assistenti o aiutanti e si prepara da solo per le omelie che tiene ogni mattina per una cinquantina di fedeli. Queste omelie per Tornielli rappresentano il cuore del magistero che Papa Francesco offre alla Chiesa; un ottimo nutrimento quotidiano della Parola di Dio donata a noi a piccole dosi, a milioni di fedeli che ogni mattina attendono la parola del Papa che è Parola di Dio, Parola incarnata nel Verbo, parola che Bergoglio “incarna” per noi nella nostra quotidianità, con uno stile tutto suo fatto di esempi concreti che richiamano la nostra fatica di vivere: “Anche le omelie della Messa in Santa Marta, che spesso colpiscono per il loro linguaggio colorito, non sono estemporanee. Il Papa si sveglia alle 4 di mattina e medita a lungo sulle letture del giorno prima della celebrazione” rammenta il giornalista.

Il vaticanista ha sottolineato come fin dal Concistoro del 7 marzo 2013, Bergoglio indicò in un discorso brevissimo di soli tre minuti, quella che sarebbe stata la sua idea di Chiesa: “Usò la metafora del Misterium Lunae: così come la Luna non ha luce propria, così non ne ha la Chiesa, la quale deve porre tutti i suoi sforzi a riflettere la luce del messaggio di Cristo. Per fare questo deve uscire dall’autoreferenzialità e dalle pompose convenzioni che la allontanano dai fedeli”. Ed emerge che di una Chiesa autoreferenziale e di cristiani che non trasmettono tenerezza, “quest’uomo” venuto dalla “fine del mondo” ne ha paura. Papa Francesco ha avuto il coraggio di mettersi in gioco in prima persona lanciando un messaggio che negli ultimi difficili tempi la Chiesa non era riuscita a far trasparire: sogna una Sposa di Cristo, “povera per i poveri”.

Questa presa di posizione forte, in contrasto con quell’immagine di opulescenza e di freddezza che aveva distinto la chiesa negli ultimi tempi, Bergoglio ha iniziato ad averla ancora prima di diventare pontefice. Appartenente all’Ordine dei Gesuiti egli ritenne fin da subito fondamentale la semplicità, la povertà, il senso del sacro nella comunità dei credenti valorizzando quella fede popolare che Tornielli definisce vera “teologia della liberazione”. Ed aggiunge che il Papa emerito Benedetto e Papa Francesco hanno una “visione coincidente” ad esempio sul fatto che la Chiesa non deve mondanizzarsi, non deve essere coinvolta nel potere mondano. Su queste fondamenta giunge la risposta alla domanda interessante di Raffaele Gaetano riguardante i rapporti tra politica e Chiesa. Tornielli richiama Benedetto XVI che a Friburgo ha parlato di una Chiesa soddisfatta di se stessa, autosufficiente, che si adatta ai criteri del mondo e che dovrebbe liberarsi “dai fardelli e dai privilegi materiali e politici”. Viene richiamato anche il pensiero di Francesco: “Chiesa e politica devono muoversi su due binari paralleli e convergere solo quando la politica è servizio per la gente, è servizio per il bene comune.” “Ogni qual volta, prosegue Tornielli, queste strade si incontrano prima, la politica imputridisce la Chiesa”.

Poi Tornielli si scalda un po’ su quelli che sono certi dibattiti autoreferenziali su continuità e discontinuità tra i pontificati e che riguardano per esempio i modelli di bastone pastorale, il colore delle scarpe, la mitria di 30 o 70 cm e altre varie amenità, e dimenticano che sempre la successione dei vescovi di Roma è stata caratterizzata da entrambi gli elementi (se la continuità assoluta fosse un dogma, il Papa dovrebbe fare il pescatore in Galilea) e si possono scoprire elementi comuni e visioni coincidenti in una Chiesa che non lo dimentichiamo è mossa dallo Spirito Santo, che per dirla alla Bergoglio “scompiglia sempre”. “C’è una continuità nella storia della Chiesa, che è la continuità della Fede”. Poi, è evidente, “c’è anche una novità che è sotto gli occhi di tutti” e si chiama Francesco ed il suo ”stile”.

Affiora il ritratto di un Papa che come Gesù tocca e guarda il proprio fratello. Emerge l’idea che per la prima volta giunge ai fedeli di tutto il mondo: la presenza fisica della Chiesa tra la gente e l’annullamento delle distanze.

Il giornalista parla della ricerca della vicinanza fisica, l’abbattimento delle barriere tra istituzione religiosa e fedeli. Un Papa che rifiuta la Papamobile blindata per il bagno di folla a Rio de Janeiro del luglio 2013 e si sceglie una jeep aperta con il solo tettuccio in plastica: “Andare verso i poveri è toccare la carne di Cristo” è il messaggio che abbraccia e testimonia con il suo operato.

“Il grande regalo che ci fa questo Papa” ha spiegato Tornielli “è la possibilità di metterci in discussione in confronto a lui, dandoci l’occasione di rafforzare la nostra Fede”. Lui stesso, confessa, guarda in maniera diversa a coloro che incontra lungo il cammino e a cui fa l’elemosina, cerca il contatto perché attraverso il contatto si stabilisce un incontro, un dialogo spesso più necessario dei soldi ricevuti: “Fai l’elemosina? Guardi negli occhi le persone a cui la fai? Tocchi loro le mani?” queste le domande che pone nelle sue Confessioni il Papa, ancora a sottolineare l’importanza del contatto fisico, del contatto umano nella trasmissione del messaggio di Misericordia di cui la Chiesa deve farsi portatrice.

“Non dimenticarti dei poveri” aveva detto il cardinale Hummes a Bergoglio al momento dell’elezione (inducendolo alla scelta del nome Francesco). “I cristiani devono dare priorità ai poveri, questo di andare verso i poveri non significa che dobbiamo diventare pauperisti o una sorta di barboni spirituali!” ripete sempre il Papa: “I poveri non sono infatti un’invenzione di Francesco” dice Tornielli citando il capitolo 25 di Matteo, ma sono i privilegiati del Vangelo “sul quale saremo giudicati”.

La Fede di Papa Francesco è la Fede ricevuta da sua nonna, una fede popolare: “Una vita religiosa normale, poi la decisione di farsi prete presa durante una confessione. Bergoglio descrive la sua esperienza religiosa come ‘lo stupore di un incontro’ con un Dio che ‘te primerea’, ti precede, ti sorprende: quando abbassi la guardia, quando sei più disarmato, lo trovi lì ad aspettarti” ricorda Tornielli.

Altro aspetto interessante di Papa Francesco è la preghiera: “Per il Papa un’esperienza di consegna a Dio: guardare Dio e sentirsi guardati da lui. Magari addormentandosi davanti al Tabernacolo, come lo stesso Francesco ha confessato di fare a volte. Ma restando lì, a lasciarsi guardare da Dio”.

Emerge poi la “geografia” dei viaggi papali, un Papa che da cardinale non ama molto viaggiare e che voleva sempre ritornare in fretta dalla “sua esposa”: ha visitato Lampedusa, la Sardegna, la Terra Santa. Tra pochi giorni, sabato, sarà in visita a Cassano allo Ionio, la diocesi del vescovo Galantino, Segretario della Conferenza episcopale italiana. Francesco vuole scusarsi con i fedeli della diocesi calabra perché li priva per alcuni giorni a settimana del loro vescovo. Ancora una volta si tratta di diocesi di frontiera, con mille problemi, situazioni disagiate a cui si guarda spesso con indifferenza ma che non sfuggono al cuore e agli occhi di un Papa che vuole una Chiesa in uscita verso le periferie esistenziali, materiali e morali.

Infine tre devozioni importanti per Papa Bergoglio che indicano la purezza e la solidità della sua fede: la devozione a Maria “che scioglie i nodi” da lui importata in Argentina dalla Germania; l’intimità con la “Sua” santa, Santa Teresina di Liseux che al termine di ogni novena fa giungere al Papa come “segno” che sarà esaudito, una rosa bianca (rosa giunta puntuale anche all’indomani della Veglia per la Pace in Siria del settembre scorso); la sua devozione a San Giuseppe.

Racconta Andrea Tornielli che nella Casa Santa Marta, c’è una piccola statua di san Giuseppe, una delle poche cose che Francesco ha voluto far portare dall’Argentina dopo l’elezione: durante il viaggio si è staccata la testa, che Bergoglio ha provveduto a riattaccare.

Si tratta di una statua in legno, che ritrae il santo dormiente con abiti di color verde scuro e rosso, con decori dorati: un riferimento evangelico al fatto che è sempre in sogno che san Giuseppe riceve i messaggi dal Cielo, pensiamo a Maria, alla faccenda di Erode. Sotto il piedistallo di quella statua, in Vaticano, il Papa infila dei bigliettini con richieste di grazie e la statua poco a poco si alza!

Per questo i suoi collaboratori, persino le guardie svizzere, dicono che Francesco “fa lavorare molto san Giuseppe”. “Sai, aveva detto a uno dei suoi collaboratori nei primi mesi dopo l’elezione, con questi falegnami bisogna avere pazienza: dicono che ti faranno un mobile in due settimane, poi magari ci mettono un mese. Ma te lo fanno, e lavorano bene! Solo bisogna avere pazienza…” racconta Tornielli tra il sorriso generale.

Pensiamo a San Giuseppe e pensiamo ad una casa, la Chiesa che non è una dogana, ma una casa paterna dove c’è posto per tutti, ognuno con la sua vita. Ne siamo rinfrancati. L’umiltà di Giuseppe, quella di Francesco, la tenerezza del padre putativo di Gesù, la tenerezza del Papa, padre di tutti i cristiani; la vocazione a custodire, il toccare la carne di Cristo.

Nonostante i nostri limiti e peccati Dio è sempre il primo; perciò la sua Misericordia non consegue al peccato ma lo anticipa e Papa Francesco spianando la strada per una Chiesa “nuova”, aperta a tutti e per sempre ci immette in questo mistero che è l’incommensurabile Misericordia di Dio…intanto la statua di San Giuseppe si alza sempre un poco…

Luisa Loredana Vercillo

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