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Passeggiando con Giacobbo. Idee per non lasciarsi arrugginire ma brillare nell’uso

giacobbo_gaetano“A spasso con le idee”: a tenerci per mano in questa prima “passeggiata” è Roberto Giacobbo che ha aperto ieri sera la nuova rassegna promossa dalla Presidenza del Consiglio Regionale e dal Centro Studi Koinè, e diretta da Raffaele Gaetano. Dunque primo ospite, dei tre previsti appuntamenti, il conduttore televisivo Roberto Giacobbo. Regista, autore, conduttore televisivo in Rai, Giacobbo è conosciuto innanzitutto come ideatore di format originali quali Mistero, La Macchina del Tempo e soprattutto Voyager.

La sala Giorgio Napolitano del Comune di Lamezia Terme, ieri sera si presentava gremita e Giacobbo è stato perfettamente a suo agio, nelle vesti di mattatore della serata di apertura. Spiritoso, coinvolgente, a tratti apparso come un fiume in piena, ha conversato con il direttore artistico della rassegna, Raffaele Gaetano che, da perfetto padrone di casa, pazientemente, ha saputo dare lo spazio necessario all’illustre ospite. E così, mentre Giacobbo affascinava il pubblico, dicendosi sopravvissuto all’arrampicata sulla Piramide di Cheope e si inabissava subito dopo nelle acque di Atlantide, pungolato dal conduttore e da giovani ospiti curiosi, inizio a “divagare” passeggiando con le mie di idee…Ma non è poi lo scopo di questi appuntamenti culturali? In fondo la cultura che ci piace è quella che stimola a pensare che permette alle domande e ai dubbi di farsi strada dentro di noi. Rifletto su questo, mentre il conduttore televisivo aggiunge in sintonia con le mie riflessioni: “sono una cintura nera di domande; ho provato a dare vita a programmi in cui non do risposte ma faccio domande”.

Giacobbo è un personaggio amato, ma anche oggetto, in passato, di pesanti reprimende da parte di critici televisivi. Questi l’accusano di diffondere vecchie leggende metropolitane cautelandosi dietro frasi come “teoria apparentemente incredibile”. Ad essi si aggiunge il comico Crozza, che ha dedicato alla trasmissione Voyager una striscia satirica ribattezzata “Kazzenger” e trasmessa da La7 in cui l’imitazione di Giacobbo ammette di “inventarsi” improbabili misteri e di esporli in modo “raffazzonato” e casuale. Non a caso lo stesso Roberto Giacobbo ha esordito presentandosi al pubblico: “Sono quello vero!”

Diciamola tutta, si tratta di un giornalista prestato al mondo dei “misteri” e cosa fa? Non solo discute, approfondisce, ma cerca di dare una giustificazione scientifica agli argomenti affascinanti che tratta per il sempre vasto pubblico di spettatori. Se Voyager piace così tanto è perché il suo autore l’ha pensata bella: scienza e ritmo incalzante, domande su domande e ricostruzioni senza troppi tecnicismi e che inducono il desiderio nello spettatore di andare ad approfondire su un libro ciò che la “televisione non può dare”. E’ così che argomenti a volte apparentemente ostici arrivano al largo pubblico, in particolare ai giovani. Un po’ quello che dovrebbe fare ogni buon professore: appassionare al sapere; perché, come sottolinea Giacobbo, “la passione per la materia può trasmetterla solo chi la racconta e come la racconta”.

“Tutto questo ed altro a Voyager. Si, ma tra un attimo, dopo la pubblicità!” scherza il giornalista.

Mi distolgo dai miei pensieri per diversi minuti e seguo con attenzione. Il coinvolgente piglio narrativo del nostro ospite a conclusione della serata mi portano ad una considerazione: una linea rossa lega l’esposizione e le risposte di Giacobbo che muovono dalla Madre Terra, “salgono” sulle caravelle con Colombo seguendo le sue mappe e finiscono ad Ulisse e al suo viaggio. Mi affascinano questi due concetti e non ultimo fanno sognare, in fondo ognuno di noi è alla perenne ricerca della verità, delle proprie radici e per farlo segue questa linea rossa.

Un computer, un CD, un qualunque utensile, tutto nel giro di poche migliaia di anni “è destinato a diventare polvere”; penso ad un racconto epico di un tale, se non erro, Deucalione che si gettava alle spalle pietre destinate a diventare uomini e donne nuove. Ed infatti puntuale arriva la conferma, “le ossa della madre Terra” citate da Giacobbo, dalla pietra dunque dovremmo partire per scoprire ciò che è stato prima di noi, da dove nascono le nostre domande e forse anche dove stiamo andando. Incidere su pietra, quasi “eternarci” penso. Bello questo concetto, inquietante ma necessario, perché rispecchia l’aspirazione mai sopita in ognuno di noi, all’immortalità. Si termina con Ulisse ed il cerchio si chiude. Penso che il nostro bisogno di scavare nei misteri dell’universo che ci circonda altro non è che un viaggio, il viaggio della vita.

Raffaele Gaetano chiede, accompagnato da uno studente, di Ulisse e delle rotte calabresi del viaggio cantato da Omero. Giacobbo cita un saggio dell’ingegner Felice Vinci, “Omero nel Baltico”. Ingegnere che, folgorato dalla sua esperienza scandinava, ha voluto ravvisare nella topografia e nella toponomastica nordiche il teatro della guerra di Troia e le gesta dell’eroe omerico.

Nel saggio predominano denominazioni puramente fisiche: l’isola lunga, lo scoglio aspro, il gorgo micidiale, l’ampio mare sono appellativi adattabili a gran parte dei luoghi europei. Con un po’ di fantasia, qualunque terra al mondo può soddisfare qualcuno di questi requisiti.

Determinante, poi, il fatto che i nomi che hanno acceso l’interesse dello studioso hanno origine vichinga e sono quindi lontani un paio di millenni dagli eventi narrati. Ovvia poi la constatazione che non c’è la possibilità di tracciare la carta geografica sottesa agli eventi omerici: lo scorrere del tempo, i terremoti, le glaciazioni e le contingenze meteorologiche hanno inciso profondamente il territorio, offrendocelo oggi totalmente modificato.

Che importa? Mi dico (e ora i critici del Vinci inorridiranno) …Forse che il fascino dei versi di Omero perderebbe di valore se si scoprisse che non era greco, ma era un nordico come Goethe, Ibsen, Andersen e tanti altri grandi scrittori, e che le sue storie hanno una coerenza e una logica molto maggiore di quanto i grecisti hanno finora pensato? Solo perché bisogna a tutti i costi piazzarlo in Grecia, anche a costo di calunniarlo come ho letto da qualche parte: “ogni tanto dorme il buon Omero”, o che esista una “questione omerica” che si trascina da millenni e che però non si sa come risolvere? Chissà, forse se leggessimo meglio il saggio di Vinci, scopriremmo che la questione omerica si può risolvere molto facilmente, a patto di liberarsi dai propri pregiudizi. Ma questo è veramente difficile. Spesso si rischia di essere superficiali e presuntuosi e magari precludersi un giorno la gioia di godere di un grande passo avanti nelle scoperte che la storia ci offre.

Ulisse: metà eroe, metà uomo. Che sa superare gli ostacoli con l’intelligenza. Il prototipo dell’uomo moderno. Contraddittorio, esperto, avventuroso, saggio, sapiente ma soprattutto curioso. E’ il viaggio di noi stessi alla ricerca di noi stessi, di chi e cosa siamo! Il viaggio…Noi stessi…Io stessa…Tutti noi stessi…L’uomo stesso in quanto uomo, e Ulisse diventa quindi emblema di una vita libera e di pienezza eroica. E ci prende in contropiede e ci costringe ad aprire la carta geografica della nostra esistenza, a seguire col dito le mappe percorse e indagare le ragioni che, ad ogni bivio, ci spingono a prendere quella e non un’altra direzione e a porci domande. Ma sì! Nel Baltico o in Grecia cosa importa? Ciò che conta è che Omero ci ha consegnato dei versi immortali.

E mentre ritorno dalla “passeggiata” tra le mie, di idee, mi domando (ancora?) cosa scriveva di preciso Tennyson a proposito del nostro eroe Ulisse. Benedetta tecnologia, pochi attimi, passo da Google:

“Com’è sciocco fermarsi, finire,

Arrugginire non lucidati, non brillare nell’uso!

Come se respirare fosse vivere! Vita ammucchiata su vita

Sarebbero tutte troppo poco, e di una sola a me

Poco rimane: ma ogni ora è salva

Da quell’eterno silenzio, qualcosa di più,

Un portatore di nuove cose …”

“A spasso con le idee”, ottima la prima!

Luisa Loredana Vercillo

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