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Il racconto dei racconti

lunedì 18 maggio 2015

_2-stacymartin_8688.jpgL’attrazione del corpo: la confusione dell’identità.
Da questo assunto semplicissimo e insieme incredibilmente profondo si dipana la filmografia, sparuta per quanto intensa, di uno degli Autori di ultima generazione più complessi del nostro cinema, Matteo Garrone.

Che con TALE OF TALES – IL RACCONTO DEI  RACCONTI compie il suo triplice salto nel vuoto, anzi, percorso in equilibrio sfidando l’ (inesistente) industria cinematografica italiana con un film immenso, nelle ambizioni, nel respiro, negli orizzonti, nei contenuti. Ispirato a “Lo Cunto De Li Cunti”, la raccolta di fiabe più antica d’Europa scritta fra il 1500 e il 1600 in napoletano da Basile, svolge tre storie parallele che si inseguono e si riflettono: una regina rimane gravida dopo aver mangiato il cuore di un drago marino ucciso dal marito re (che però muore nell’impresa) e cucinato da una vergine, entrambe rimarranno incinte di due gemelli; una donna anziana, lusingata dalle attenzioni di un re erotomane che non l’ha mai vista ma si è innamorato della sua voce, prova di tutto per nascondergli la sua età; e infine un terzo sovrano cresce una figlia e una pulce, quando questa dopo essere divenuta incredibilmente grande morirà egli decide di dare in sposa la principessa al primo che indovinerà a chi apparteneva la pelle dell’insetto.

Caleidoscopio di immagini e colori, calderone ribollente di pulsioni e passioni folli, carnevale di varia e brillocca umanità, IL RACCONTO DEI RACCONTI sulle sue immagini potentissime ed evocative riflette il cinema di Garrone, che fin dal suo esordio nella fiction con L’IMBALSAMATORE pensa alla natura profonda dell’amore e a come si interseca con il rapporto fra identità e corpo, e sulla loro inevitabile e dolorosa confusione. Le tre storie non si intersecano narrativamente ma si rispecchiano l’una sull’altra nei frammenti, nelle intuizioni visive, indagando sulla natura profonda dell’identità attraverso la classica figura del “doppio” del doppelganger, come i due gemelli nati da madri diverse, le due sorelle, le due “figlie” del re (la principessa e la pulce): e intrecciandosi in un affresco erudito e quasi imperscrutabile restituiscono l’idea del regista di un Amore che sfida la morte e la decadenza del corpo, così ben incarnata nel segmento -il più aperto, il più sfacciato- delle sorelle impegnate nella loro personale corsa contro il tempo in una sorta di chirurgia estetica ante litteram. Si “incarna” proprio, perché il RACCONTO DEI RACCONTI è fatto di carne, pelle e sangue: e come L’IMBALSAMATORE e PRIMO AMORE svuotavano il corpo come un guscio rendendolo solo contenitore, così questo lo riempie di sangue, carne e significati, oltretutto con una struttura circolare ed olistica viscerale e teorica quando non strutturale. Due donne che separano ciò che è inseparabile, due gemelli che non sono cresciuti nello stesso utero, padre e figlia che si rincorrono e si dividono: sono i personaggi di un arazzo che Garrone tesse incurante dei confini, immergendosi in pieno nel suo immaginario cinematografico e pittorico, riproponendo i suoi temi attraverso la codifica archetipale della fiaba e della crittografia visiva del fantasy, usato ad altezza autoriale senza dimenticare la dimensione pop delle sue origini e intenti. E così dentro al film ci sono Fellini e Goya su tutti, e poi Shyamalan, Bava, Comencini e Brancaleone: e ci sono melodramma, farsa, fiaba, tutto fuso insieme in materia incandescente che fuoriesce dal respiro affannoso delle creature selvagge, siano essi uomini o la loro trasformazione animale, come bestie che si riconoscono tra di loro con l’olfatto (come fa la regina con il figlio bastardo, come fa l’orco con la sua moglie bambina): e si insinua nei labirinti di pietra e della mente, raccontando della solitudine a cui l’uomo è destinato. IL RACCONTO DEI RACCONTI è, alla fine di tutto, un film talmente importante e imponente nella sua costituzione e nella sua essenza da rischiare di essere unico nel panorama italiano e probabilmente di restarlo per tanto tempo: barocco e decadente, inquietante e bellissimo, è talmente grande da necessitare più di una visione per sedimentarsi appieno dentro lo spettatore;

Il cinema di Garrone, superbamente espresso nella sua opera quarta essenziale e suprema, pulsa fra eros e thanatos e scortica i suoi personaggi per rivelarne l’intima fragilità levando la loro pelle perché è l’unico modo di richiamare in superficie quella pietas che ci permette di accettare la vita, seppure nella sua assoluta, suprema crudeltà.

di GianLorenzo Franzì

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