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Pasqua 2018, la lettera del vescovo di Cassano Francesco Savino ai politici: “Tra agonia della politica e resurrezione dell’agire politico”

“Di fronte ai problemi sortirne da soli è avarizia, sortirne insieme è politica” (don Lorenzo Milani ai ragazzi della Scuola di Barbiana)

“A Voi, donne e uomini impegnati nelle istituzioni politiche della Diocesi di Cassano all’Jonio.
RivolgendoVi i miei auguri per La Pasqua che viene, non ritornerò su proposte operative già formulate; esse sono sottoposte al discernimento del tempo, il Cronos che, nella mitologia greca classica, è perfino il padre di Zeus. Il tempo scorre e, scorrendo, lascia che nuove proposte trovino giusto spazio nell’orizzonte storico della giustizia e della speranza.

Lo scopo di questo mio messaggio augurale è proporre una riflessione riguardante “l’agonia della politica e la resurrezione dell’agire politico”.

“La politica è in agonia” perché non riesce a rispondere ad alcune istanze di senso, sociali e di giustizia, direi epocali, tra cui vanno sicuramente annoverate quelle descritte dal filosofo Emanuele Severino nell’opera “Il Tramonto della politica. Considerazioni sul futuro del mondo”:

Il contrasto tra la globalizzazione e l’aumento delle disuguaglianze economiche; da un lato, gli Stati sovrani si aprono ai mercati del mondo, registrando l’instabilità degli equilibri internazionali e riconoscendo, come interlocutori, nuovi soggetti, ben avviati sul cammino della potenza economica, con incessanti accordi di scambio commerciale che promettono di ampliare le opportunità di lavoro e di crescita; dall’altro lato, la ricchezza, che sia essa preesistente o creata ex novo, non si distribuisce o non si redistribuisce in modo uniforme tra tutti i membri degli accordi commerciali, ma viola qualsiasi criterio di giustizia sociale e si concentra in altre parti del mondo, diverse dall’Europa, dall’Italia e dal Sud-Italia, pur mostrando una tendenza complessiva alla crescita; per cui, posto un incremento globale della ricchezza, essa cresce molto di più a Shanghai che a Milano.
L’opposizione tra cosmopolitismo e localismo; da una parte, gli stili di vita e di pensiero si allineano in una grande società transnazionale che parla l’inglese e che si sposta continuamente da una Nazione all’altra, alla ricerca di nuove occasioni di competizione, di affermazione del sé e in un grande meticciato culturale, venato di un entusiastico ottimismo verso il progresso tecnico e scientifico; dall’altra, a fronte di questa comunità transnazionale urbana, molte altre comunità di masse sociali e non rimangono ai margini e si chiudono in istanze molto localistiche e diffidenti di ogni innovazione, diversità o cambiamento.
L’emigrazione delle masse dei poveri che, affascinati dai miti occidentali del consumo vistoso e del sovra-sviluppo, e al tempo stesso fuggendo da situazioni di fame, di guerra e di persecuzione, premono ai confini delle grandi comunità internazionali e fluiscono in esse, costringendo la civiltà occidentale a verificare il proprio stato di salute, la propria capacità di offrire modelli positivi e il desiderio di proteggere la propria condizione sociale ed economica.
Savino_sindaci_Pasqua2018_1Dinanzi a queste istanze, la politica non si mostra capace di offrire soluzioni efficaci. La riflessione sui motivi di questa incapacità va cercata al di là della semplice retorica sulla moralità dei politici o sull’ormai superato schema che oppone le esigenze del profitto a quelle di giustizia sociale. In realtà, dopo aver emarginato la politica, la Tecnica mira ad emarginare anche il capitalismo, disfacendosi di qualsiasi significato di verità assoluta che può limitarne il potenziamento (anche la verità della politica e del capitalismo) e divenendo sempre più potente tanto da assoggettare completamente l’essere umano. Qualsiasi genere di verità è destinato ad essere sconfitto dall’avvento della Tecnica che prepara il suo dominio incontrastato su ogni aspetto della vita sulla terra. In questo modo “il fuoco rubato da Prometeo agli dei”, la Tecnica, va creando una nuova sovra-struttura culturale, una sorta di Superstato Tecnico che le permetterà di ottenere la completa disumanizzazione della società e il dominio assoluto sull’uomo.

Alla sudditanza della politica e del capitalismo, a questa nuova configurazione della tecnica, deve aggiungersi la consapevolezza che anche la politica nella sua fase agonica incontra la logica del divenire conducendo i politici ad un agire politico “senz’anima” che non tiene minimamente conto delle esigenze dello spirito. La crisi della politica è anche, allora, crisi di senso, di spiritualità. Si riscontra in questo atteggiamento a volte inconsapevole dei politici, la separazione-rottura tra la contemplazione e l’azione e che produce la decomposizione della vita attiva e la sua perdita di senso (cfr. Hannah Harendt).

Attestati sotto il nostro sguardo la crisi e il tramonto della politica, non possiamo non sentire in noi la grande responsabilità di indicare una via di riscatto dell’agire politico come operatività pensante dell’essere umano, oserei quasi parlare di una sua redenzione. Papa Francesco il 1 Ottobre 2017, nel discorso in piazza del Popolo a Cesena, offriva un punto di vista sull’agire politico che ritengo significativo per iniziare ad attivare processi reali di cambiamento. Il Santo Padre parlava dell’agire politico come dimensione essenziale della convivenza civile, sostenendo che esso deve far crescere il coinvolgimento delle persone. Sempre a Cesena, egli invitava a provare ad agire di persona nell’ambito politico invece di osservare dal balcone. Sosteneva: “Da questa piazza vi invito a considerare la nobiltà dell’agire politico in nome e a favore del popolo, che si riconosce in una storia e in valori condivisi e chiede tranquillità di vita e sviluppo ordinato. Vi invito ad esigere dai protagonisti della vita pubblica coerenza d’impegno, preparazione, rettitudine morale, capacità d’iniziativa, longanimità, pazienza e forza d’animo nell’affrontare le sfide di oggi, senza tuttavia pretendere un’impossibile perfezione. E quando il politico sbaglia, abbia la grandezza d’animo di dire: “Ho sbagliato, scusatemi, andiamo avanti”. E questo è nobile!

Come pensava il compianto vescovo Mons. Don Tonino Bello sulla scorta di Dietrich Bonhoeffer, Karl Barth e Giorgio La Pira, l’agire politico non può prescindere dalla categoria dell’amore che non è un dato tecnico, ma è l’energia, la ragione più profonda che muove intimamente i cuori delle donne e degli uomini, incoraggiandoli a vivere, a impegnarsi per vivere, al servizio degli altri e del bene dell’altro; ma l’amore, nella sua esperienza concreta, almeno per chi crede, si orienta da una parte verso Dio, dall’altro verso la persona. Bonhoeffer, prima di essere impiccato il 9 aprile 1945 a Flossemburg, custodiva nella sua cella la Bibbia e Goethe, ossia il massimo dei libri sacri e il massimo dei libri profani, il simbolo della passione per il cielo e il simbolo della passione per la terra. Barth consigliava di tenere, sulla scrivania, la Bibbia da una parte e il giornale dall’altra. Giorgio La Pira ripeteva che il cristiano deve pregare, contemplando il mappamondo sul comodino.

Johann Baptist Metz sosteneva, addirittura, che l’agire politico è “mistica arte”.

Il mancato accordo tra queste due polarità causa la cristallizzazione su una di esse e la morte della politica; se il politico afferma di essere fedele a Dio e non all’uomo, è un fanatico o un despota sul punto di strumentalizzare Dio alla sua ideologia; se afferma di essere fedele all’uomo e non a Dio, è un praticone impastato di squallido pragmatismo, un faccendiere di piccolo cabotaggio.

Invece il politico che armonizza il cielo e la terra, testimonia, nell’unità del pensiero e della vita, la bellezza del servizio per gli altri e per il bene comune, riscopre quotidianamente le radici della sua educazione e della sua formazione valoriale nel presente storico in cui gli è dato di vivere, attivando i processi di eguaglianza, di giustizia e di umanizzazione attraverso la sua prassi pubblica e privata in cui immerge la legge universale tra le pieghe dei fatti concreti e nelle piaghe della carne viva di Cristo.

Attingendo dalla ricerca di Emmanuel Mounier e dal magistero di Papa Francesco, provo a declinare, in termini propositivi, il concetto di responsabilità sociale e politica con cinque verbi che ritengo possano aiutarVi, uomini e donne delle Istituzioni, a ridare fondamento e senso al vostro “esserci” nelle istituzioni.

Uscire da sé. Il senso di responsabilità, implica innanzitutto la necessità di orientarsi verso gli altri, andando oltre ogni tentazione di chiusura individualistica, di sterile autoreferenzialità, di pacchiano narcisismo, facendo dell’altro un dono, necessario e al tempo stesso indispensabile alla propria crescita, al bene personale. A Lampedusa Papa Francesco ci ha ricordato che “la cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!” (8 Luglio 2013).

Comprendere. Dall’io al tu, al noi. E’ un esodo che esige la comprensione, che a sua volta implica incontrare e partecipare ai luoghi comunitari e culturali. Il comprendere riguarda anche la propria formazione che deve portare alla competenza, perché tutto ciò che attiene ai processi di governo della cosa pubblica non può essere affidato all’improvvisazione o al pressapochismo. La comprensione, la formazione e la competenza attengono sempre alla responsabilità dei beni comuni. Inoltre lo sforzo di comprensione riguarda anche contenuti e metodi personali e comunitari di formazione dell’agire politico.

Prendere su di sè. E’ il verbo dello stile di vita di Gesù che prende su di sè il “peccato”, il limite dell’altro. Prendere su di sé le varie situazioni di bisogno è faticoso. Per questo motivo il Concilio Vaticano II, offrendo una visione positiva dell’agire politico, afferma che “la libertà umana si fortifica quando l’uomo accetta le inevitabili difficoltà della vita sociale, assume le molteplici esigenze dell’umana convivenza e si impegna al servizio della comunità umana. Perciò bisogna stimolare la volontà di tutti ad assumersi la propria parte nelle comuni imprese” (Gaudium et Spes, n.31).

Dare. Il dono trova la sua decisione nel cuore. Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, al n.6, parlando della città dell’uomo afferma “che non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione”. E Papa Francesco ci ricorda: “Quanto abbiamo pagato noi per la nostra redenzione? Niente, tutto gratuito! Fare il bene senza aspettare qualcos’altro in cambio. Così ha fatto il Padre con noi e noi dobbiamo fare lo stesso. Fa il bene e vai avanti!” (10 Settembre 2014).

Essere fedele. La prima forma di fedeltà di ogni politico è, oltre a curare la propria formazione e la propria competenza, l’onestà, virtù non variabile e opzionale. Formazione, competenza, onestà, con una buona dose di umiltà, costituiscono lo “zaino” di fedeltà di chi ha una responsabilità sociale e umana. Dobbiamo dircelo con molta sincerità: la fedeltà è un valore in crisi. Ma ricordiamo a ciascuno di noi che senza fedeltà una società non va avanti. “Ora, afferma l’apostolo Paolo, quanto si richiede negli amministratori, è che ognuno risulti fedele” (1 Cor 4, 2).

Questi cinque verbi, uscire da sé, comprendere, prendere su di sé, dare, essere fedeli, costituiscono un itinerario possibile e reale per riscattare l’agire politico dall’agonia della politica.

Verbi che vanno declinati quotidianamente senza pause!

E’ urgente, quindi, che in questa contingenza storica cresca, soprattutto tra i giovani, una nuova considerazione dell’agire politico e che credenti e non credenti, pensanti e responsabili, collaborino a promuovere una società dove le disuguaglianze sociali ed economiche vengano superate con intelligenza e lungimiranza.

Allora, uomini e donne delle istituzioni, Vi auguro una Pasqua che consenta a ciascuno e a ciascuna di Voi di divellere, insieme, “la pietra sepolcrale della politica” e così osare un’alba di resurrezione di un agire politico audace e consapevole dei tempi che viviamo.

Non sia o non rimanga soltanto un augurio di un “sogno notturno” ma di un inizio che già è cominciato”.

Buona Pasqua.

+ Francesco Savino

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