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“Formarsi al lavoro libero e creativo”, questo è il tema scelto per il II° incontro della Scuola- Laboratorio di Dottrina Sociale della Chiesa della Diocesi di Lamezia

LAMEZIA TERME (CATANZARO) – “Formarsi al lavoro libero e creativo”, questo è il tema scelto per il II° incontro della Scuola- Laboratorio di Dottrina Sociale della Chiesa della Diocesi di Lamezia Terme giunta ormai al suo XII anno.

Nelle sedi di San Pietro a Maida, Falerna Marina e Lamezia Terme ad intervenire è stato Flavio Felice Docente di Dottrine Economiche e Politiche, Pontificia Università Lateranense. “Abbiamo iniziato quest’anno a Lamezia Terme nel mese di dicembre insieme a Mons. Santoro alla luce delle Settimane Sociali di Cagliari – afferma Don Fabio Stanizzo Direttore dell’ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro – dal titolo “Il lavoro che vogliamo alla luce della 48^ Settimane Sociali dei Cattolici libero, creativo, partecipativo e solidale”. Quest’anno il tema che ci condurrà sarà proprio il vissuto a Cagliari e questa sera il Prof. Felice (membro anche lui del comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali) si soffermerà sul formarsi al lavoro libero e creativo”.

“Libero e creativo sono due degli aggettivi che abbiamo utilizzato per definire il titolo delle settimane sociali di Cagliari”, ricorda Il prof. Felice nel suo intervento. “Nelle settimane sociali i cattolici italiani si ritrovano per discutere di questioni sociali. Esse hanno una storia molto bella e antica alle spalle. Nascono nel 1907 dal fondatore il prof. Toniolo, dall’esigenza di risolvere la questione che aveva segnato le sorti dei cattolici italiani, la “questione romana”, che si era conclusa con la presa di Roma da parte del Regno d’Italia impedendo ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana.

Si tentò di rimediare con una serie di convegni (Opera di congressi), e proprio nel 1907 una sezione dell’opera dei congressi quella relativa all’economia e il lavoro venne istituita come settimana sociale. Nel 1934 vennero sciolte, riprenderanno nel 1946 e dureranno fino al 1970. Durante questi anni è l’università cattolica del sacro cuore che prende in mano le settimane sociali. Perché si riprenda con le settimane sociali dobbiamo attendere il 1988 e al centro dell’organizzazione abbiamo la CEI, ricorda il Prof. Felice.

Dove risiede l’importanza delle settimane sociali? Promuovere come laici un ruolo da protagonisti (dimensione laicale delle settimane sociali).

Abbiamo scelto per le settimane sociali di Cagliari il titolo “Il lavoro che vogliamo”. Titolo che può sembrare pretenzioso, ma in realtà nasce per esprimere un elemento qualitativo difendendo tutta la filiera del lavoro non solo quella elevata. Il lavoro scompare dove non esistono investimenti perché il lavoro non è produttivo. Dovendo quindi puntare sull’elemento qualitativo del lavoro abbiamo fatto riferimento all’esortazione apostolica di Papa Francesco “Evangelii Gaudium”, esattamente al paragrafo 192 dove il Papa qualifica il lavoro come libero, creativo, partecipativo e solidale.

Abbiamo fatto sì che le settimane sociali di Cagliari non siano l’ennesimo convegno della Chiesa Italiana, ma piuttosto che il lavoro fosse motivo di discussione critica. Abbiamo cercato di utilizzare, continua il professore, un metodo detto sinodale, cioè un metodo che possa far parlare il più possibile. Da questo lavoro sinodale che ha preceduto le settimane sociali è seguito un programma secondo lo schema della DENUNCIA, NARRAZIONE, BUONE PRATICHE E PROPOSTE. La denuncia è l’individuazione della situazione problematica, che assume il tema della criticità del mondo del lavoro. La prima criticità è senza dubbi il mercato del lavoro, che porta con se il cambiamento di rotta e il disequilibrio di due variabili: produttività del lavoro e reddito. Oggi registriamo a livello economico che l’aumento della produttività non si traduce in più reddito, in quanto la disoccupazione non viene riassorbita. La seconda criticità è l’elemento motivazionale, le buone ragioni del lavoro. L’elemento fondamentale del disequilibrio tra la produttività del lavoro e il reddito dipende molto dalla formazione: prevedendo un dialogo sia all’esterno che all’interno delle istituzioni, che potrebbero diventare centri di ascolto oppure luoghi di formazione al lavoro.

Ci siamo quindi posti il problema, ricorda il Prof. Felice, di come evitare che il lavoro si trasformi, pur che ci sia, in un lavoro servile. Chiedere quindi la qualità del lavoro, un lavoro che sia libero significa non cedere al ricatto di un lavoro qualsiasi. Un lavoro creativo, che quindi non sia sterile cioè non è importante cosa si produce ma il fatto stesso di avere un lavoro. “Noi abbiamo diritto al lavoro, ma non al posto di lavoro”. Il lavoro diventa sterile quando nasce da assistenzialismo per esempio o per fare semplicemente campagna elettorale. Il lavoro è partecipativo, quando non è alienante. Il lavoro è alienante quando perde il significato del processo e si limita ad una porzione del lavoro. Quando smetto di essere uomo in quanto il lavoro è l’atto mediante il quale io realizzo l’umano che è in me. E infine il lavoro deve essere solidale, cioè non conflittuale. Abbiamo bisogno di una società civile, di noi tutti capaci di essere persone libere.

Vi voglio lasciare con queste poche righe, conclude il Prof. Felice, di un giurista francese, Étienne de la Boétie, tratte da una sua opera del 1549 dal titolo “Discorso sulla servitù volontaria”, perché il lavoro libero, creativo partecipativo e solidale si realizza solo in un contesto di libertà e democrazia: “Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non gli e l’avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e SARETE LIBERI”.

Il vescovo Mons. Cantafora, conclude ricordando l’importanza del lavoro non solo per l’aspetto economico ma perché ci consente di sentirci veramente uomini. “Se noi raggiungiamo questa qualità del lavoro realizziamo la figura tipica del senso vero e profondo del lavoro come partecipazione ed espressione più autentica della persona umana. Il segreto è mettere sempre al centro la persona. Noi ci abbiamo sempre creduto ed è per questo che da XII anni è presente nella nostra diocesi la scuola di dottrina sociale della chiesa come luogo di formazione e di cambio culturale”.

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