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Legalità. Locri, patto tra Chiesa e istituzioni «La ‘ndrangheta è l’antivangelo»

sabato 17 dicembre 2016

imageUn ‘patto’ tra Chiesa e istituzioni, per contrastare la ’ndrangheta che è «l’antivangelo da estirpare» e che «nega i diritti, a cominciare da quello alla libertà». È una giornata importante quella promossa dalla diocesi di Locri-Gerace. Davanti a centinaia di ragazzi delle scuole e ai parroci del territorio parlano il vescovo monsignor Franco Oliva, il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, e il prefetto, Michele Di Bari. Un’iniziativa presa dopo le recenti polemiche per il funerale a un boss di Platì e dopo la decisione del vescovo di ridare indietro i soldi che un imprenditore colluso aveva donato a una parrocchia di Bovalino. Fatti che interpellano la Chiesa.

E monsignor Oliva non fa sconti a nessuno. «Il fenome- no mafioso non solo esiste, ma continua a condizionare lo sviluppo socio- culturale della nostra terra. E quel che più mi preoccupa è il suo condizionamento anche dell’azione pastorale della Chiesa».

Per questo avverte, citando i vari documenti della Conferenza episcopale calabra, «come Chiesa non possiamo tacere né restare indifferenti di fronte al fenomeno mafioso. La lotta alla ’ndrangheta entra nella nostra missione evangelizzatrice ». E citando Giovanni Paolo II nella sua visita in Calabria nel 1984, aggiunge che «abbiamo il dovere di porci in prima fila nel denunciare le ingiustizie, ma soprattutto creare una forte coscienza morale, sociale e politica, che susciti concrete iniziative». Una Chiesa che «annunciando il Vangelo, denuncia il peccato, insegnando con chiarezza che l’unico ‘rispetto’ è quello che vuole il bene dell’altro che non è mai in contrasto col bene comune». E questo «in collaborazione sinergica con le istituzioni civili, sapendo che il suo compito è diverso. Le istituzioni hanno bisogno dell’azione della Chiesa, in quanto volta a formare alla responsabilità civile e morale attraverso un cammino progressivo di formazione delle coscienze». Ma, aggiunge, «le istituzioni ci devono essere più vicine. La gente spesso vede lo Stato lontano dai suoi problemi». Una collaborazione che sottolinea anche il procuratore. «C’è un’identità tra i due percorsi. Chiesa e Stato si muovono nella stessa direzione, per tutelare i diritti di tutti».

Così denuncia «i mafiosi che aiutano a erigere le chiese e poi vanno a uccidere. Su questo – aggiunge – il vescovo Oliva è stato un esempio, con un comportamento che corrisponde all’insegnamento di Gesù che scacciò i mercanti dal tempio». Poi un appello. «Bisogna essere forti contro l’ingiustizia, non si deve tacere. Anche Gesù era solo ma non ha pensato al rischio che correva». E allora, insiste, «perché i calabresi vogliono subire? Perchè accettano di non essere liberi? La ’ndrangheta è il primo ostacolo al vostro sviluppo. Dovete reagire partendo dai diritti. Teniamo lontani i mafiosi dalle chiese, non diamo coperture. Dobbiamo far capire alla ’ndrangheta che la loro storia è finita, che c’è un’altra via». Anzi, conclude, «anche loro si possono salvare. Anche il peggior criminale può entrare in un percorso di liberazione dal male».

Un messaggio di speranza che arriva anche dal prefetto. «Dobbiamo camminare insieme. Siamo tutti al servizio del cittadino libero». Ma in Calabria «il crinale tra il bene e il male è labile. C’è un atavico giustificazionismo». E anche la Chiesa ha le sue responsabilità perchè, avverte, «non può essere solo annuncio ma spina nel fianco della ’ndrangheta, per tentare di rompere i tentacoli della cultura mafiosa ». Invece purtroppo, denuncia, «anche dei consacrati hanno dimostrato di non avere la schiena dritta, ma un rassegnato silenzio. Oggi va invertita la rotta, oggi serve il coraggio ». Ricordando che «la ’ndrangheta va sconfitta soprattutto sul fronte del consenso sociale che alimenta questo crimine nefasto». Ma il cammino di liberazione è imboccato. «Oggi stiamo dando una buona batosta alla ’ndrangheta. Sarà sufficiente? No. Ma è un buon inizio. Dobbiamo essere attori della nostra vita, non rassegnati». (Avvenire)

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