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Incendio container Caritas, Di Trapani: “Non sappiamo chi sia stato ma la città smetta di mettere tutto sotto il tappeto”

sabato 22 ottobre 2016 - 14:53
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imageLAMEZIA TERME (CATANZARO) – “Continuare, ricordare, formare le coscienze.”. Riparte da questi tre verbi la Caritas Diocesana di Lamezia Terme dopo i fatti accaduti lunedi scorso, quando ignoti hanno dato alle fiamme alcuni container collocati nell’area dove sorgerà il “Villaggio della Carità”, opera segno del Giubileo della Misericordia nella Diocesi lametina.

Perdono e giustizia, riconciliazione e necessità di fare chiarezza sono i punti fermi per il direttore della Caritas Diocesana lametina Padre Valerio Di Trapani, che insieme al suo vice Don Claudio Piccolo Longo, ha convocato gli operatori dell’informazione per spiegare come sono andate le cose e il percorso futuro del progetto.

“La prima cosa che questa città deve fare è finirla di mettere sotto il tappeto le cose scomode: far finta che non esista la ‘ndrangheta, che non esistano cellule di una destra impazzita, così come il chiacchiericcio di chi la mattina si alza e pensa di fare il profeta e di saperla più di tutti gli altri quando non è così. E’ da diversi anni ormai che le Caritas in tutta Italia sono oggetto di attacchi di varia natura, tra cui anche raid di gruppi xenofobi e intolleranti. Come Caritas lametina siamo pronti a continuare il progetto, costruire un luogo per offrire a ragazzi con difficoltà e disagi l’opportunità di intraprendere percorsi educativi all’insegna dell’accoglienza e della prossimità agli ultimi e dare a tutti la possibilità di fare esperienze di volontariato. Continuiamo, ma ricordiamo questa data: il 17 ottobre rappresenterà un punto di partenza, una data simbolica, rispetto alla quale andiamo avanti con ancora più slancio e determinazione e al tempo stesso chiedendo che sia fatta verità e giustizia. E se gli altri distruggono e bruciano, noi continuiamo a costruire e formare le coscienze, alla cultura dell’accoglienza e della gratuità”, ha affermato Padre Valerio Di Trapani

imageSu chi possa aver dato fuoco alle strutture del Villaggio della Carità lunedì scorso, Di Trapani ha affermato che “ancora non sappiamo. Le autorità inquirenti hanno già avviato tutte le indagini. Se lo avessimo saputo, lo avremmo detto perché non abbiamo paura.C’è chi dice si tratti di un dispetto alla ditta per averci fornito dei container gratis: è doveroso precisare che quei container noi li abbiamo pagati e abbiamo anche le fatture a comprovarlo. Così’ come non è assolutamente vero che ci siano in mezzo alla vicenda appalti o contratti di chissà che tipo. Il Villaggio della Carità sta nascendo a piccoli passi, con gli sforzi di tanti ragazzi e volontari che hanno lavorato con le loro mani per installare i primi moduli abitativi. L’unica cosa che abbiamo fatto è abbattere una segheria che era lì da 70 anni. C’è ancora chi dice che si tratti di un gesto contro una struttura che avrebbe accolto immigrati. Innanzitutto il Villaggio della Carità non è concepito con questa finalità specifica. Ma se anche fosse così: di chi dovremmo aver paura? Deve avere paura chi fa il male o chi fa il bene?”

Assicura che il progetto andrà avanti, Padre Valerio, che poi ha ringraziato a nome del Vescovo le istituzioni, gli operatori dell’informazione e tutti coloro che hanno manifestato solidarietà e vicinanza alla Caritas in questi giorni. “Andare avanti con francezza e senza paura”, è l’imperativo di Padre Valerio, citando le parole di Papa Francesco alla comunità cristiana dell’Azerbaijan

Le finalità del progetto sono state rimarcate da Don Claudio Piccolo Longo che ha ricordato, tra le altre attività, la possibilità per i ragazzi di vivere esperienze di volontariato per brevi periodi vivendo in comunità con altri giovani e la presenza di una Casa Famiglia all’interno del Villaggio grazie alla collaborazione con l’associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII” fondata da Don Oreste Benzi. “Chi ha commesso queste cose, in realtà ha paura. Oggi vogliamo dirgli, se ci sta asscoltando, che c’è anche per lui la possibilità di cambiare strada. La “punizione” educativa per chi ha bruciato quei container dovrebbe essere quella di dargli l’opportunità di mettersi a servizio degli ultimi, di servire un pasto a un povero o tendere la mano a un fratello scappato da qualche terribile guerra nel suo Paese”, ha concluso Piccolo Longo.

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