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Il Vescovo alla città: “Davanti a S. Antonio non c’è posto per chi sfrutta i poveri e i giovani”

mercoledì 15 giugno 2016

imageLAMEZIA TERME (CATANZARO) – “Quando la mafia mette le sue mani sui giovani, dobbiamo reagire”. E’ stato uno dei passaggi centrali dell’intervento del Vescovo di Lamezia Terme Luigi Cantafora che ieri, concludendo la solenne processione di S. Antonio di Padova, Protettore della città di Lamezia Terme, ha indirizzato il tradizionale messaggio alla città.
Un forte monito, dal pastore della Chiesa lametina, contro “gli indifferenti e gli approfittatori”, contro chi sfrutta i giovani, i deboli e i poveri facendo leva sui loro bisogni e le loro necessità. “Davanti a S. Antonio non possono trovare posto coloro che sono indifferenti verso gli ultimi, che approfittano dei poveri, che li sfruttano, che abusano della loro situazione di indigenza – ha ammonito il Presule – Gli approfittatori sono tanti. Soprattutto c’è chi si approfitta delle fragilità dei giovani, dei loro sogni e progetti. C’è chi sfrutta il loro desiderio di futuro! C’è chi sfrutta il loro lavoro, negando loro perfino i diritti più elementari. C’è chi sfrutta i loro bisogni impellenti, li ricatta e annebbia la loro onestà, assoldandoli nella lotta tra le cosche e contro ogni legittima autorità. C’è chi sfrutta il loro bisogno di lavoro e di giustizia per condurli su vie ingannevolmente facili, ma corrotte e violente, senza pace e senza cuore, devastatrici di sé stessi e degli altri. Quando la mafia mette le sue mani sui giovani, dobbiamo reagire”
Monsignor Cantafora, parlando di Sant’ Antonio come “il patrono di chi non ha patrono, il protettore di chi non ha protezione”, ha evidenziato che la devozione al Santo di Padova come quella del popolo lametino è “una devozione esigente” che “desidera il vero pentimento dei propri peccati, il perdono delle offese, la riparazione delle ingiustizie. Che ci interroga: cosa stiamo facendo, noi, per coloro che non hanno voce?”
E’ forte, per il Vescovo lametino, anche nella città di Lamezia “l’esigenza della giustizia. Noi rischiamo troppo spesso di essere accomodanti, troppo coinvolti nelle questioni clientelari, in inverosimili amicizie colme di compromessi. Nelle relazioni sociali è invece necessario stabilire una straordinaria ed evangelica dimensione, quella del “darsi senza misura” sino in fondo, quindi del “dare la vita”, perché gli altri vivano e affinché la nostra vita sia piena. Solo così crescerà anche la nostra città”.
Un richiamo, da parte di Cantafora alla città, ad essere unità e a ricercare il bene comune “che non ha colori ideologici, ma un solo colore: il colore dell’bene dell’uomo.” Da qui l’invito “a impegnarci insieme ad accrescere questo bene, vincendo le pretese individuali. Questo è necessario perché, mentre inseguiamo gli interessi di parte, rischiamo di perdere le fasce più deboli ed esposte della nostra città: in particolare i giovani. Ciascuno di noi pensi a cosa può fare, nel suo piccolo, per migliorare la nostra città. Sono certo, ciascuno può fare qualcosa”.
“Se la fede non ci fa vedere i poveri e non fa nascere in noi l’indignazione verso l’ingiustizia non è la fede cristiana, è una leggerezza consolatoria per la quale rischiamo davvero di isolarci in un “salotto teologico” nel senso di “parolaio”, per creduloni devoti, cogli occhi spenti sulla realtà umana e storica – ha evidenziato ancora Cantafora invitando a guardare a S. Antonio come “un testimone di quanto la vera vicinanza a Dio diventi vicinanza agli uomini.”
La preghiera di Cantafora al Santo perché “per sua intercessione il Signore benedica la città di Lamezia, i suoi poveri, chi soffre per la solitudine e per la nostra indifferenza e ci renda amici dei poveri per vivere la certezza di essere anche noi amici di Dio.”

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