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Giù le mani da don Giuseppe

lunedì 25 agosto 2014

imageZUNGRI (VV) – Possono ancora fare notizia piccoli episodi di cronaca “nera” (o magari “grigio scuro”) che si verificano nei paesini dell’entroterra calabrese? Dipende da quanto si è disposti a leggere in profondità gli accadimenti, anche quelli apparentemente meno appariscenti.
Lo scorso venerdì pomeriggio a Papaglionti, una piccolissima frazione (poco più di cento abitanti) del già piccolo comune di Zungri, nel Vibonese, don Giuseppe La Rosa, amministratore parrocchiale della Chiesa di S. Pantaleone, si accinge a tornare a casa dopo aver celebrato messa, ma giunto alla sua auto trova i due pneumatici anteriori squarciati con un punteruolo. Con ogni probabilità un tentativo, per quanto rozzo e “casereccio”, di intimidazione. Nei giorni passati, infatti, don Giuseppe aveva pubblicamente preso ferma posizione, in armonia con le direttive del vescovo e della Conferenza episcopale calabra, per un corretto svolgimento delle manifestazioni religiose nel paese, allo scopo di evitare ogni possibile strumentalizzazione extra-religiosa.
A uno sguardo superficiale e frettoloso, potrebbe apparire un episodio di poco rilievo, quasi riconducibile a una oltraggiosa “ragazzata”, senza ulteriori conseguenze, cui sarebbe meglio non dare risonanza mediatica per non ingigantirne indebitamente la portata. Ma è davvero così? Forse, dietro un piccolo spregevole gesto intimidatorio, ancora una volta si cela l’enorme pericolo di una mentalità mafiosa che, persino in una realtà minuscola come Papaglionti, vorrebbe poter controllare e strumentalizzare i gesti popolari, inclusi quelli religiosi, per i propri scopi. Questa mentalità mafiosa va smascherata sempre e contrastata nel suo sorgere, anche quando si manifesta con piccoli fenomeni che, ovviamente, contano sull’indifferenza, sull’omertà, sulla paura, per farsi spazio e “crescere di livello”. Perciò pensiamo che il silenzio non sia la strada giusta (neanche di fronte a due pneumatici squarciati), che don Giuseppe non debba rimanere da solo nella fatica della sua testimonianza, che la sua gente e la comunità diocesana debbano fare corona attorno a lui – e con lui ai tanti “don Giuseppe” di turno – manifestando la propria solidarietà, contro ogni sopruso e prevaricazione. È la mafia a dover rimanere isolata e senza sostegno, non don Giuseppe.
Agensir

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