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Ago, filo e fantasia: il potere femminino della narrazione

L’arte del tessere, tipicamente femminile, è un’attività lenta, paziente, ritmata, svolta con precisione e ritualità che ha dato origine fin dall’antichità a miti e ad un foltissimo immaginario metaforico (E. Agnoli).

Curioso è prender nota di come le parole utilizzate per parlare di pensiero filosofico e di scrittura (intreccio narrativo, filo del discorso, “dipanare la matassa”, per usare, a livello letterario, un’espressione manzoniana) siano, in molte occasioni, tratte dall’antica arte di tessere, filare e cucire.

Una maieutica da levatrice, per non offendere la buona memoria di Socrate, ma anche da sartoria, potremmo aggiungere! Se poi curviamo l’attenzione sul testo odissiaco si aprono scenari alquanto interessanti: Penelope, dal punto di vista onomaturgico, potrebbe derivare dal termine πηνη (“filo”, “trama”, “gomitolo”, “tessuto”), forse combinato con ωψ (ops, “volto”, “occhio”). Omero, ὁ μὴ ὁρῶν (ho mè horôn), ovvero “colui che non vede”, potrebbe aver regalato lo sguardo al personaggio femminile in questione, il cui filo, al pari di quello di Arianna, permette al poeta del nostos di varcare le dedaliche vie del disordine. Se così fosse, le quote rosa nascono proprio dal cascame dell’epopea: ebbene, sì, figlie dell’Ellade, e da Atena benedette!

Prof. Francesco Polopoli

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