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In esclusiva, la storia del sambiasino Bruno Tropea miracolato da S.Giuseppe Moscati

lunedì 16 novembre 2015

Foto 48 anni

LAMEZIA TERME (CZ) – Nel cuore di Napoli, nella chiesa del Gesù Nuovo, San Giuseppe ad altezza naturale, con un volto sereno, lo sguardo fiero, ha una mano sul cuore a tenere lo stetoscopio, come a sentire ancora il battito dei “suoi poveri”, degli ammalati. Di S. Giuseppe Moscati, conosciuto in tutto il mondo come il medico santo, possediamo scritti autografi, foto e testimonianze di persone che sono venute in contatto con questa personalità affascinante. Un dotto, un saggio, un uomo sensibile e umano, “disposto anche a coricarsi nel letto dell’ammalato” per sua stessa ammissione, il suo impegno fu confermato dalla assoluta dedizione con cui egli assistette i suoi pazienti, dei quali curò sempre non solo i bisogni del corpo, ma principalmente quelli dell’anima.
La storia che sto per raccontarvi si intreccia con la presenza di questa figura straordinaria, di cui la Chiesa festeggia la memoria liturgica il 16 novembre, nella vita di Bruno Tropea nato a Sambiase il 17.09.1898 e scomparso il 4 luglio del 1980; Giuseppe Moscati dopo averlo miracolato, non spezzò mai questo particolare legame, sostenendone la fede e l’opera. A Bruno apparve infatti, molte volte in sogno, nei momenti più impegnativi della sua vita come per esempio in seguito ad un’operazione in cui erano sopraggiunte complicanze gravissime: una notte, e gli altri pazienti confermarono ai suoi familiari, lo sentirono parlare e pensavano delirasse, al mattino, al figlio Domenico, Bruno disse: “non ti preoccupare stanotte è venuto Moscati”! Bruno era un signore alto, elegante, ben curato con il distintivo della Prima Guerra mondiale sempre appuntato sulla giacca, stimato da tutti i concittadini anche per via del suo lavoro di messo comunale, fu un marito, un padre, un cristiano, esempio per tanti. Testimone di carità come Terziario Minimo, con la vicinanza alle persone che avevano bisogno (si racconta che si facesse preparare i pasti dalla moglie per le famiglie bisognose), affrontò con grande fede, le prove che la vita gli mise dinanzi: la perdita di una figlia in acerba età, di un genero, la malattia, non lo resero mai un uomo triste e chiuso alle necessità del prossimo. Un cristiano non solo per l’assiduità ai Sacramenti e alla preghiera, ma soprattutto per l’essere stato testimone autentico di una grande fede, di una conversione radicale, per intercessione di San Giuseppe Moscati. Il nipote Bruno Tropea, giovane professionista, che ne porta orgogliosamente il nome, ci racconta del desiderio, anzi del sogno che il nonno aveva in cuore: che la storia scritta di suo pugno, dell’intervento del santo nella sua vita, potesse un giorno essere resa nota al maggior numero di persone come segno di gratitudine e riconoscenza. Una storia conosciuta sino ad oggi solo dai familiari, una storia, commovente, di grande fede, dove il Santo si occupa non solo della salute fisica del paziente, ma anche della sua anima facendo in modo che si predisponga in grazia di Dio per ricevere un così grande miracolo:

Foto 81 anniSono un ex combattente della Prima Guerra Mondiale 1915-18. Nel 1918, nel mese di novembre, fui colpito da una forte febbre. Trovandomi in trincea in attesa della grande offensiva, fui costretto a marcare visita ma non fui riconosciuto ammalato; la febbre era ancora forte però il Tenente Medico non me la voleva riconoscere. Un giorno però mi venne una forte emorragia dalla bocca; i miei compagni andarono a chiamare il Tenente Medico che, alla vista di tutto quel sangue, mi mandò subito nell’Ospedale del Campo n. 03Y che si trovava nella provincia di Vicenza.

La malattia peggiorava ma dopo circa un mese ho iniziato a migliorare. Intanto venne l’Armistizio e fui mandato a casa con 60 giorni di licenza di convalescenza per causa di servizio. Durante la convalescenza però le mie condizioni di salute peggiorarono e così fui costretto a ricoverarmi nell’Ospedale Militare di Catanzaro, la mia Provincia, dove rimasi fino al 1920. Nel 1920 fu congedata la mia classe 1898 ma io rimasi ancora lì per essere sottoposto alla visita Collegiale per la pensione e così mi assegnarono la prima categoria.

Fino a quando però la pensione non arrivò, il Distretto Militare mi assegnò £ 300 mensili per le mie necessità mediche e con quei soldi mi recai a Napoli dai migliori Professori di quei tempi con la speranza di ottenere una cura per la guarigione. Ma invece le mie condizioni peggioravano ed i Professori D’Amato, Cicconardi e Boeri si meravigliavano di come riuscissi ad arrivare vivo dalla Calabria fino a Napoli.

Una mattina del 1923 mi recai dal Professor D’Amato in Via Università Vecchia di quella città. Non trovandolo, mi fermai in un cantuccio di Piazza Dante per riposare e decidere cosa fare. Fra i numerosi passanti un buon uomo, viste le mie condizioni, mi chiese se stavo cercando un medico; risposi di “si” e questi mi indicò il Professor Moscati che abitava lì vicino a quella piazza, in Via Cisterna dell’Olio. Andai da lui e trovai la sala d’attesa piena di pazienti già prenotati; quando mi vide mi chiese di aspettare che mi avrebbe visitato per ultimo e così fece rinunciando al suo pranzo e bevendo solo un bicchiere di latte.

Dopo avermi visitato mi disse: “Figlio mio, ti devi rassegnare a Dio, non posso fare niente per te”, dandomi coraggio ad affrontare la morte data la gravità della mia malattia. Dietro le mie suppliche di darmi qualche cura, lui pensò e mi disse: “Da quanto tempo ti devi confessare?” Risposi: “Da circa un mese” ed allora lui mi disse: “Ti do una cura, però prima di prendere le medicine ti devi confessare e fare la Santa Comunione, poi inizi la cura, però lo devi fare con fede altrimenti è meglio non andare, perché tu hai bisogno della Grazia di Dio.” Risposi che accettavo le condizioni e lui ancora mi disse: “Fai questo ed otterrai la Grazia di Dio”.

Così fu, da quel giorno migliorai giorno dopo giorno; pesavo 30Kg ma dopo un mese di quella cura pesavo già 57 Kg, come osserverete voi lettori sono aumentato di 27 Kg, novecento grammi al giorno. Così avvenne la mia completa guarigione e sono rimasto sempre in obbligo verso il Professore Moscati.

Appena ho saputo che è stato nominato Beato e Servo di Dio, tutte le volte che mi reco a Napoli la prima cosa che faccio è recarmi al Gesù Nuovo, dove si trovano le sue benedette spoglie, a pregare ed a ringraziarlo per la Grazia ricevuta.

Mi sono sempre ripromesso di fare pubblicare questo scritto ma non l’ho fatto mai, però, avendo avuto in seguito un’altra grazia, stavolta prometto di farla pubblicare insieme alla seconda grazia ottenuta il 7 dicembre 1973.

Mi trovavo nell’Ospedale Ascalesi di Napoli perché avevo subito un’operazione. Proprio quel giorno mi avevano tolto i punti ed era andato tutto bene. Verso le 12,00 mi venne un forte dolore alla pancia che fui costretto a chiamare un medico e questi si accorse che si trattava di una emorragia interna. Non si mosse dal mio capezzale insieme alla suora fino alle 16,00 poi furono costretti d’urgenza a chiamare il Professor D’Alessandro e verso le 17,30 fui portato nella sala operatoria con poche speranze. In quel momento triste, chiamavo il Servo di Dio Prof. Giuseppe Moscati e San Ciro chiedendo la Grazia e così fu. Tutti i miei figli venuti dalla Calabria con la loro madre andarono alla Chiesa del Gesù Nuovo sulla tomba del Beato Giuseppe Moscati ed all’Altare di San Ciro a portare il voto. La mattina del 7 gennaio 1974, giorno delle mie dimissioni, mi sono recato al Gesù Nuovo insieme a mio figlio ch’era venuto a prendermi dalla Calabria, per ringraziare di persona i due Santi dando il mio secondo obolo.”

Leggendo con gli occhi della fede questa testimonianza, veniamo sorpresi dalla gratuità dell’amore di Dio, che premia sempre chi gli si rivolge con cuore semplice e sincero. Non siamo soli nell’affannoso cammino della vita, ci accompagnano e ci orientano le persone semplici ed umili come Bruno, e, parafrasando Bernardo di Chartres, i Santi, che come giganti ci permettono di salire sulle loro spalle e guardare con speranza a ciò che sarà.

Luisa Loredana Vercillo

 

 

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