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Mai più!

martedì 27 gennaio 2015

MAI-PIU-shoah-500x203Si ricordano i 70 anni dalla Shoah, e in particolare la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, il più tristemente famoso. Si fanno minuti di silenzio, si fanno trasmissioni televisive, si spendono fiumi di tristezza. Si pensa, una volta tanto, e tutti.
Quasi 6 milioni di ebrei sono morti: una cifra che fa accapponare la pelle. E’ giusto dire “mai più”. “Mai più” anche per tutte le shoah silenziose: 500.000 tutsi sono morti e migliaia sono fuggiti, negli anni novanta in Ruanda, in soli tre mesi uccisi a colpi di machete da bande di hutu, che erano andati al potere, incitati nelle barbarie del governo ufficiale del paese. La comunità internazionale ha impiegato 3 mesi a intervenire, e ora nessuno ricorda la cosa. Pensiamo ai palestinesi, il popolo che più sta pagando, pur senza colpe dirette, la vicenda della Shoah. Pensiamo al Myanmar, al Congo, all’Angola, alla Somalia, al Sudan, all’Africa tutta, a Timor Est, all’Afghanistan, all’Asia e all’India, alle pulizie etniche in ex-Jugoslavia, ai curdi, agli armeni, ai siriani, ai cristiani perseguitati, alla primavera di Praga, alle vittime della nostra mafia, alle vittime dei regimi comunisti, alla Colombia, alla Bolivia e ai caduti di tutte le guerre dimenticate in sud-America, ai pellerossa, agli aborigeni, alle vittime dell’Apartheid in Sud Africa, ai Ceceni. Sono tutti popoli deportati, scacciati dalla loro terra, uccisi col gas, con i fucili, con i machete, torturati, imprigionati, violentati. Anche essi necessitano della forza delle immagini, delle campagne pubblicitarie, delle mostre, delle poesie, dei convegni, dei film-documentario, dei documenti. Persone, popoli interi, il cui ricordo vive solo nelle lacrime di chi è sopravvissuto e vive esiliato, rinchiuso, debilitato, e nel silenzio orgoglioso dei carnefici impuniti sui quali non pesa nessuna vergogna, agli occhi dei media e della indifferente opinione pubblica.

Ad Auschwitz è stata trovata una pietra anonima, dove con un chiodo uno sconosciuto ha lasciato scritto: “Chi mai saprà quello che mi è capitato qui?” Pensiamo a quell’uomo o donna che l’ha scritto, pensiamo che di lui o lei non sappiamo nulla, non il colore degli occhi, il carattere, la famiglia, sappiamo solo del suo lacerante dolore di credere di aver sofferto senza poterlo raccontare a nessuno. Questa è la grande tragedia della Shoah, di ogni shoah: il rischio dell’amnesia, la banalizzazione della violenza, i grandi numeri (5 milioni e ottocento mila cittadini ebrei assassinati nei lager) così astratti e assurdi da diventare inenarrabili. Il tempo può rendere il tutto opaco, sfilacciare la riflessione. Questa pietra, invece, silenziosa, ma assordante nella tragedia peggiore, quella di essere dimenticati, ci spinge a ricordare.

Ecco perché “Mai più”. E’ giusto ricordare per la Shoah, per le 10, 100, 1000, shoah silenziose. E raccontare è la sola via.

La Shoah è lo sterminio di milioni di persone colpevoli di essere ebrei, omosessuali, testimoni di Geova, zingari, disabili, deportati civili e militari, ci porta ad un ricordo di ciò che è perfino indicibile nella sua enormità, ma che, come insegna Annah Arendt, rischia nella sua banalità del male di essere altre volte ripetuto per nuovi odi razziali, così come accade, o di essere revisionata come si dice oggi, e perfino giustificato.

No! Dobbiamo evitare di credere che la Shoah sia uno scherzo della storia, o peggio considerarla storicamente più un fatto psichiatrico che un evento politico e culturale. Non è così. Verrebbe da dire, purtroppo. L’antisemitismo, come tutte le forme razziste e totalitarie, ha permeato la civiltà occidentale e a periodi riemerge in forme sempre diverse, ma comuni negli istinti e negli effetti. Possiamo correre il rischio di crederlo un fatto endemico, quasi normale. Anzi, è spesso dalle barzellette e dalle ironie che si inizia.

Ma è della nostra civiltà lo scontro continuo tra violenza e pace, l’incontro e lo scontro continuo tra popoli e differenze. La nostra civiltà è sempre ad un bivio. La convivenza e la tolleranza sono da conquistare ogni giorno.

La Shoah è un evento che ha ridotto al rango di non persone, e al destino di fumo che usciva dai camini, milioni di cittadini ebrei con il solo delitto di essere tali. Per questo il Giorno della Memoria ha anche un valore forte di ritorno ai valori della nostra civiltà, quando essa sa usare parole di pace, di tolleranza, di rispetto reciproco, di comune sentire il destino del mondo.

La scuola è, per eccellenza, il luogo nel quale la memoria si intreccia con il respiro del mondo che va verso il futuro possibile delle menti e dei cuori dei nostri bambini. Non c’è futuro senza memoria. Non c’è futuro senza il respiro dei bambini, senza il nostro consapevole passaggio di testimone a loro del mondo che è stato, nei suoi splendori e nelle sue tragedie.

E’ difficile parlare ai nostri bambini, ai nostri ragazzi, senza cadere nelle retorica e senza apparire come dei vecchi visionari. Ai più anziani il ricordo dell’Olocausto parla cronaca viva, accende emozioni. Abbiamo anche avuto storie di parenti, conoscenti, abbiamo letto Primo Levi, sappiamo di Simon Wiesenthal, abbiamo pianto vedendo Schindler’s List. Ma a loro, nati 50 anni dopo, con altra storia passata sotto i ponti? Cosa dire?

Parlare della Shoah è meno facile di quanto si creda, è necessario che la scuola sappia trovare i modi giusti, evitando parate e parole retoriche. Il Giorno della Memoria deve essere effetto, non causa, di un insegnamento che nel suo insieme (non solo parlando di storia) viva, non solo dica, tolleranza, rispetto reciproco, accoglienza dell’altro da noi. Il modo migliore perché il Giorno della Memoria resti nel tempo, è di farlo vivere giorno per giorno. Farlo vivere facendo vivere nei bambini e nei ragazzi il piacere di stare insieme e valorizzando le differenze.

Ma questo non basta. Bisogna sapere di più. Devono parlare le fonti, i documenti, conoscere direttamente ciò che è stato. Soprattutto aiutare i ragazzi a capire che non si tratta di un film, né di un evento virtuale, ma di verità veramente accadute. Dobbiamo, soprattutto, con loro sforzarci di rispondere alle domande difficili: perché è successo, come si deve fare perché non accada più. La Storia ci dà, se sappiamo leggerla, una grande lezione per il presente. Dall’ Antichità, al Medioevo, al ‘900 la scolarizzazione è stata sempre guardata con diffidenza giacché la scuola, ricordava Don Lorenzo Milani, può essere un ‘male’ perché lo studio permette di comprendere e difendere i propri diritti.

Anche per questo è importante ricordare l’ammonimento di Primo Levi: “Meditate che questo è stato”. Meditiamo, perché questo non succeda mai più. Per questo abbiamo bisogno di storie, di racconti, di documenti che permettano a quella pietra anonima di Auschwitz di parlarci ancora, di stringere con affetto quell’anima nel vento, di parlare per non dimenticarla.

“Chi mai saprà quello che mi è capitato qui?”

Luisa Loredana Vercillo

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