Giornata Internazionale della Violenza contro le Donne: il silenzio di ognuno di noi è complice di tanto dolore · LameziaClick LameziaClick

LameziaClick Quotidiano Online | Notizie in tempo reale | Cronaca, news, notizie, sport, inchieste, politica, economia, da Lamezia Terme, dal lametino, dalla Calabria

Giornata Internazionale della Violenza contro le Donne: il silenzio di ognuno di noi è complice di tanto dolore

violenza-donneDomani, 25 novembre, è la Giornata Internazionale dell’Eliminazione della Violenza contro le Donne. Testimonial delle tante campagne di sensibilizzazione è Valentina Pitzalis, giovane donna, che a ventisette anni, il 17 aprile 2011, è stata cosparsa di cherosene da suo marito che le ha dato fuoco, morendo lui stesso tra le fiamme. Lei si è svegliata in un letto di ospedale con il volto completamente sfigurato, una mano amputata e l’altra gravemente danneggiata dalle fiamme, così come il resto del corpo.

Valentina è solo una delle tante. Basta leggere il secondo Rapporto Eures sul femminicidio in Italia, secondo cui l’anno passato ha presentato la più elevata percentuale di donne tra le vittime di omicidio mai registrata in Italia, pari al 35,7% delle vittime totali (179 sui 502): nel ’90, le donne uccise erano appena l’11,1% delle vittime totali. Sempre nel 2013, quasi il 70% dei femminicidi è avvenuto in famiglia, il 92,4% per mano di un uomo.

La famiglia risulta essere ‘la trappola’ che imprigiona queste donne. Anche l’anno scorso, in 7 casi su dieci, i femminicidi si sono consumati all’interno del contesto familiare o affettivo, il 66,4% delle vittime è stata uccisa dal coniuge, dal partner o dall’ex partner (81 vittime su 122).

Risulta, poi, un forte aumento dei matricidi, spesso compiuti per “ragioni di denaro” o per una “esasperazione dei rapporti derivanti da convivenze imposte dalla necessità”: sono 23 le madri uccise nell’ultimo anno. Sconcerta il fatto che sono gli omicidi “a mani nude, espressione di un più alto grado di violenza e rancore”, a rappresentare complessivamente lo strumento più ricorrente nelle tre forme delle percosse, dello strangolamento e del soffocamento. Poi armi da fuoco, da taglio, armi improprie ed altri mezzi. Il rapporto Eures sottolinea, infine, anche “l’inefficacia e inadeguatezza della risposta istituzionale alla richiesta d’aiuto delle donne vittime di violenza all’interno della coppia, visto che nel 2013 ben il 51,9% delle future vittime di omicidio (17 in valori assoluti) aveva segnalato/denunciato alle Istituzioni le violenze subite”. Ogni due giorni dunque in Italia viene uccisa una donna.

Ricorderete di certo la storia di qualche settimana fa. Avesse detto che no, non era vero che l’uomo da lei ucciso anni fa stava cercando di violentarla, Reyhaneh Jabbari sarebbe probabilmente ancora viva. Era questa la condizione posta dai genitori dell’improbabile “vittima” per acconsentire alla grazia. Perché l’onore di un morto – per quanto fasullo – conta più di una vita e del senso di giustizia. Ma Reyhaneh si era sempre rifiutata di acconsentire, spiegando di essersi semplicemente difesa. E senza l’accordo della famiglia dell’uomo ucciso, nessun giudice a Teheran si è mosso per impedire l’impiccagione della giovane iraniana. Secondo l’Onu dall’inizio dell’anno in Iran sono già state giustiziate 250 persone.

Dall’Italia e dall’Iran passiamo a Facebook e Apple, i due giganti della Silicon Valley, che si sono offerti di pagare il procedimento costoso, per consentire alle proprie dipendenti di congelare gli ovuli nel caso in cui, un giorno, decidano di voler fare un figlio. Si tratta di congelare almeno 20 ovuli, suggeriscono i medici, per estendere la fertilità, perché le possibilità di nascita non sono come dire garantite. Così come si dispensano i buoni pasto, rientra tra i benefit aziendali anche la “fabbricazione di un figlio”; la gravidanza come qualcosa da programmare rimandandola: prima ti fai una bella carriera poi scongeli un ovulo.

Dagli Stati Uniti all’Iraq. “Gli uomini arrivano a ogni ora, notte e giorno. Talvolta soli, oppure in due o tre”. Amira ha 17 anni. Fa parte di un clan yazida e per questo per venti, lunghissimi giorni è stata schiavizzata dai miliziani dell’Isis. Come racconta a Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera, i miliziani del Califfato portavano le ragazze rapite in “un locale molto ampio, lussuoso, con poltrone, tappeti e tante lampade” perché alcuni uomini potessero sceglierle per comprarle. “Stanno nella sala, chiacchierano, ogni tanto tornano a guardarci – racconta Amira – quasi tutti ci prendono per la testa, ci costringono a guardarli negli occhi, vogliono che sciogliamo i capelli. Poi ci fanno girare per guardare anche da dietro”. Niente veli, niente scialli. I carcerieri glieli hanno tolti dopo che alcune ragazze hanno provato a togliersi la vita impiccandosi. Prima di essere vendute, una ginecologa le ha visitate per controllare chi fosse ancora vergine e chi no. “Tutte quelle che sono state prese – continua – sono state portate in Siria, date in spose ai guerriglieri”. Ma la sorte di queste schiave non è uguale per tutte. “Alcuni ci vogliono come seconde o terze mogli”. Uomini di oltre sessant’anni si portano via ragazzine non ancora maggiorenni.

Nel Darfur lo stupro di 210 donne comprese 8 ragazzine di 10-14 anni ci sembra qualcosa di lontano per un genocidio che passa quasi inosservato: la notizia è di oggi e si aggiunge ad una lunga interminabile lista.

L’orrore invece è democratico, è universale, è uguale per tutti. L’orrore si serve di diverse strade. Passa dalla Silicon Valley dove le donne pare siano fatte oggetto di una bellissima iniziativa che non costringerà più la donna in carriera a scegliere tra quest’ultima e la famiglia. In realtà la donna viene ridotta ad una macchina produttiva e l’essere umano ad un prodotto, con tanto di “istruzioni per l’uso”: non fare figli perché mi servi per lavorare, ma falli quando invece non puoi più.

L’orrore passa attraverso le bambine di otto anni o le donne di sessanta che vengono vendute per essere violentate a vita o vengono mutilate nella loro umanità, e che soffrono quanto una bambina o una donna, sia essa sorella, amica, cugina, vicina di casa, qui in Italia: maltrattata, abusata, uccisa.

E non si può tirare fuori il solito discorso che si tratta di un fatto culturale pensando che “certe cose” succedono solo in certi paesi con una “certa” cultura, religione o perché “così fanno con le donne”. L’orrore è orrore sempre, a qualunque latitudine. E se ad otto anni una bambina, viene costretta a sposare un uomo di sessanta, quest’ uomo è un pedofilo sempre e ovunque. Anche se si tratta di una bambina islamica.

In Italia, in Iraq o negli Stati Uniti è un tempo uguale per tutte le donne. Un tempo vestito di rosso scarlatto, di tacchi insanguinati. Donne a morire, a lasciare spazi vuoti, per il delirio di onnipotenza maschile. Donne, ridotte a cose, a oggetti, a macchine per “scongelare ovuli”, insopportabili presenze, non soltanto da spostare, allontanare, sostituire, bensì, da annientare. Donne, compagne, mogli, madri, sorelle diventate parti offese dell’inadeguatezza maschile. Donne violentate ed abusate ogni giorno nei silenzi dei loro compagni, a cui spesso accompagnano i silenzi delle proprie creature innocenti. Bambini che tacciono per amore e più spesso per paura, prede dell’egoismo dei propri padri che non sanno più coniugare l’istinto alla ragione, non riescono più a collocare nel posto giusto la compassione. Uomini vestiti di agio, di benessere, di normalità, di stima che si trasformano nei peggiori degli aguzzini per le donne ed i bambini che sfortunatamente sono le loro vittime. Uomini di una tranquilla esistenza, dove ogni cosa evidentemente non è al suo posto, non quadra più, nei quali emerge solo una cultura del possesso, del dominio, del sopruso, cultura di una libertà che non vuole freni. Una cultura dell’apparire, del godimento sessuale, della posizione sociale.

Intanto la società continua a parlare di inasprimento delle pene e ad augurarsi per ognuno di loro le fiamme dell’inferno senza possibilità di comprendere che di questi comportamenti, occorrerà parlarne di più e meglio perché il silenzio di ognuno di noi, è complice di tanto dolore.

Mettiamo la foto di nostra figlia, di qualunque donna che amiamo al posto del volto di chi cerca aiuto, chiamando il male che vediamo con il suo nome: violenza. Se all’orrore non mettiamo una faccia che amiamo, ogni volta che vedremo una donna, o una ragazzina per esempio malmenata non ci indigneremo più se qualcuno dirà che “se l’è cercata” perché forse fa la prostituta e che poi in fondo “non la costringe nessuno”.

Donne vittime di uomini chiusi in una solitudine, che non li chiama alla responsabilità, li tiene lontano dalla fortezza del saper chiedere aiuto, li inchioda nella trappola di una “scissione” silenziosa e opprimente, che scalza ogni emozione e che li fa approdare a una scelta folle e imperdonabile.

“Oggi la gente è affamata d’amore, e l’amore è la sola risposta alla solitudine e alla grande povertà” diceva Madre Teresa. Rompiamo il silenzio di cui colpevolmente circondiamo tante donne altrimenti “domani tornerà l’alba tiepida con la diafana luce e tutto sarà come ieri, e mai nulla accadrà”.

Luisa Loredana Vercillo

 

Commenta

loading...