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Calabria e Campania: maglia nera del “lavoro sommerso”, ed i lavoratori agricoli diventano “i nuovi schiavi”

giovedì 30 ottobre 2014

lavoro_sommersoDi fronte al perdurare di una profonda crisi economica che genera forti difficoltà al sistema produttivo e alle famiglie italiane, si sta accentuando il fenomeno del lavoro sommerso che è una caratteristica del nostro Paese. Si tratta di una “immersione da sopravvivenza”, che potrà essere recuperata solo attraverso chiari segnali sul fronte della riduzione della pressione fiscale e di profondo cambiamento delle politiche del lavoro.

Ed infatti secondo l’indagine #Sottoterra, commissionata e pubblicata da Uila, Unione italiana lavori agroalimentari, e Eurispes il lavoro sommerso incide per il 32% nel comparto agricoltura italiana riferito ai primi sei mesi del 2014. Il dato che risulta è in peggioramento: 27,5% nel 2011, 29,5% nel 2012, 31,7% nel 2013.

Questa la situazione italiana; poi l’Istat sottolinea una variabilità territoriale per quanto riguarda l’irregolarità dell’occupazione. E siccome piove sempre sul bagnato, non potevamo certo dubitare che il primo posto per tale situazione spetta al Mezzogiorno, dove il tasso di lavoratori irregolari supera il 25%: “regioni regine” di tale fenomeno sono la Campania e la Calabria.

La maggior parte dei lavoratori delle due regioni è formata da stranieri, ma non mancano operai italiani. Si tratta di operai, ma anche di figure ex impiegatizie, approdati nel settore agricolo per necessità, dopo la chiusura di fabbriche, imprese o dopo un licenziamento o una drastica riduzione dello stipendio. E per loro, però, secondo Eurispes si prospettano salari da braccianti in regime di semi schiavitù.

Dunque non basta l’inquinamento delle nostre regioni, Calabria in testa, la criminalità, le truffe di ogni tipo riguardanti i contributi della Comunità Europea, la fuga dei cervelli, ora anche “i nuovi schiavi”: “I lavoratori in nero dei campi di tanta parte del territorio italiano, sono dunque i nuovi schiavi. Isolati ed invisibili, vivono spesso in baraccopoli che costituiscono veri e propri ghetti” si legge nel dossier. Le paghe sono ben al di sotto di quanto previsto dai contratti nazionali e decisamente misere rispetto all’impegno richiesto. C’è chi viene pagato a 1,60 euro l’ora, un quinto del minimo sindacale racimolando così 20 euro al giorno in nero, per 12 ore al giorno di lavoro nei campi dall’alba al tramonto. Oppure chi riceve 1,90 euro l’ora dalle 5 della sera alle 5 del mattino, chi 35 euro al giorno per raccogliere pomodori nelle nostre terre calabresi.

Stefano Mantegazza segretario generale della Uila, ritiene che “i dati della ricerca mostrano che il lavoro nero e irregolare rappresenta per l’Italia, molto più che per gli altri paesi europei, una realtà grave e di ampia dimensione con la quale il Paese deve fare i conti e deve farli in fretta. Non possiamo permetterci di presentarci all’appuntamento di Expo 2015 con un’agricoltura che nel definirsi ‘di qualità’, nasconde dietro di sè un’incidenza di oltre il 30% di lavoro nero o irregolare”. “Occorre, continua Mantegazza, che governo e parlamento diano un segnale forte e chiaro in tal senso, trasformando in legge la proposta unitaria di Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil, che mira a realizzare una ‘rete del lavoro agricolo per promuovere e gestire l’incontro domanda-offerta di lavoro in un quadro di trasparenza e incentivazione per le imprese virtuose”.

L’Eurispes ha poi stimato il volume d’affari complessivo dell’agromafia in circa 14 miliardi di euro: solo due anni fa questa cifra si attestava intorno ai 12,5 miliardi (1° e 2° Rapporto Agromafie): l’agricoltura è il comparto che più si presta agli illeciti. Il lavoro sommerso si traduce quindi in qualsiasi attività retribuita la cui natura è legale, ma il cui svolgimento non è dichiarato alle pubbliche autorità competenti. Rientrano in queste attività: il mancato o parziale pagamento di imposte contributi di sicurezza sociale; la segnalazione parziale delle proprie attività lavorative; la mancanza di requisiti, da parte dei dipendenti, per svolgere il proprio lavoro conformemente alla normativa nazionale.

Inoltre l’agricoltura, rappresenta una delle attività economiche caratterizzate da un significativo utilizzo di forme di sub-appalto e di falso auto-impiego. Frequenti le possibili contaminazioni con soggetti criminali, specialmente nell’ambito della fornitura di manodopera agricola stagionale, il confine tra attività legali di per sé, ma formalmente illegali e attività illegali tout court diventa particolarmente labile, soprattutto in settori come quello agricolo, tra i più esposti alla piaga dello sfruttamento del lavoro coatto, assieme al settore delle costruzioni e dei lavori domestici. Le organizzazioni criminali cercano di controllare pezzi sempre più ampi del comparto agroalimentare, in tutta la sua filiera, dai campi agli scaffali. E ciò avviene attraverso l’accaparramento dei terreni agricoli, il caporalato, lo sfruttamento dei clandestini, le truffe a danno della Ue, l’intermediazione dei prodotti, il trasporto e lo stoccaggio fino all’acquisto e all’investimento nei centri commerciali.

Si auspica da parte delle “Unioni lavoratori” la costruzione di un “circolo della legalità”, al quale “conviene” partecipare per gli aspetti sia contributivo-fiscali che commerciali. È un valore aggiunto che certifica la qualità del lavoro e delle produzioni per il Made in Italy e per noi consumatori, la garanzia della sicurezza alimentare in ciò che si commercializza e si consuma. Infine le associazioni dei lavoratori richiedono sia gli incentivi fiscali e contributivi per i datori di lavoro, sia quelli per i lavoratori immigrati che intendano denunciare i datori di lavoro che occupano illegalmente manodopera.

Impresa che vediamo purtroppo ardua.

Luisa Loredana Vercillo

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